Iosif Brodskij e i suoi studenti

22 Aprile 2026

Iosif Brodskij e i suoi studenti

Rosette C. Lamont

Trent’anni fa, nel 1996, moriva il premio Nobel per la letteratura Iosif Brodskij, uno dei massimi poeti russi di tutti i tempi. Pubblichiamo le interessanti memorie di chi lo ha visto in azione come docente.

Perseguitato dal regime sovietico, espulso dall’URSS nel 1972, nel 1973 Brodskij tiene un ciclo di lezioni al Queens College di New York, a cui assiste, fra gli altri, l’accademica Rosette Lamont, nota critica teatrale e letteraria. Riportiamo ampi stralci dei suoi ricordi, pubblicati con il titolo Joseph Brodsky: a Poet’s Classroom in «The Massachusetts Review», vol. 15, n. 4 (Autumn 1974). Ne emerge un ritratto dinamico del poeta, preoccupato di comunicare ai giovani che la poesia, prima di essere una tecnica, è un dono vivo, e chi è chiamato a comporre o a leggere versi deve coinvolgersi in un rapporto personale con una realtà misteriosa, che arriva da molto lontano.

«Salve!», dice, e poi prosegue in russo: «Salut, zdravstvujte, nu ladno». Uno zaino verdastro gli penzola dalla spalla destra, i bottoni dell’impermeabile sono slacciati. Allenta il nodo alla cravatta inglese di lana, dà qualche strattone al collo della camicia a righe. «Ho bisogno di un caffè», comunica a una decina di studenti del suo corso sulla poesia russa al Queens College di New York. Il più vicino distributore di caffè si trova nell’ufficio della cattedra di slavistica sullo stesso piano. Posa lo zaino sulla cattedra, si guarda intorno come se non capisse bene cosa ci stia a fare lì tutta quella gente e si mette alla ricerca della bevanda tonificante.

Brodskij inizia in ritardo la lezione delle 11, ma poi recupera trattenendo gli studenti ben oltre il suono della campanella. Per i poeti l’orario non è legge. Intanto, il docente più giovane della cattedra collega il registratore e gli studenti sfogliano le fotocopie con i versi di Anna Achmatova, la grande poetessa russa che aveva preso Brodskij sotto la sua ala proprio agli esordi del suo cammino letterario.

Brodskij torna alla cattedra passando di lato, tiene in mano il bicchierino fumante. Bevuto un sorso di caffè, si toglie l’impermeabile e si lascia cadere sulla sedia. «Nu ladno. Parliamo dell’Achmatova – sospira. – Un grande poeta, una grande donna. Siete d’accordo?». Guarda gli studenti, negli occhi azzurro chiaro danza l’allegria. I capelli rossicci, che cominciano già a diradarsi, cadono sull’ampia fronte pallida. Li tira da una parte con le dita corte come quelle di un bambino. Assomiglia a un monaco dei tempi del Rinascimento, scappato dalla sua cella.

Uno strano professore

Iosif Brodskij e i suoi studenti

La valigia con cui, il 4 giugno 1972, Brodskij lasciò per sempre l’URSS. (Olgvasil, wikipedia)

Brodskij ha 33 anni, gli piace dire che è l’età ideale, l’età di Cristo prima di morire. Non sono poi tanti, ma il poeta ha fatto in tempo a subire la reclusione, un processo umiliante in cui è stato accusato di parassitismo, mesi di lavori forzati in un’azienda agricola nei pressi di Archangel’sk, la separazione dalla famiglia e dagli amici, e infine l’espulsione dal paese, che nonostante tutto considera ancora la sua patria («Indipendentemente dal modo in cui la lasci, la casa non smette di essere la tua casa natale»).
Ed ecco la nuova vita in America: in URSS non ha completato gli studi e oggi è professore negli USA e le università se lo contendono. La prima è stata l’università del Michigan, dove Brodskij figura ancora oggi come poeta invitato. Il Queens College lo ha chiamato per il semestre autunnale del 1973 a lavorare con due incarichi: il corso sulla Poesia russa alla cattedra di slavistica e quello di Poesia contemporanea alla cattedra di letteratura comparata. Io sono riuscita ad assistere alle sue lezioni di New York. Inoltre, quell’anno Brodskij è stato invitato dal Five College Consortium come professore onorario.

Iosif Brodskij non è un docente, è molto di più. Gode palesemente del rapporto con gli studenti, li invita a dialogare. A volte è fin troppo grintoso e perfino autoritario («Visto che in cattedra ci sono io, dovete riconoscere che questa poesia è la migliore!»), ma dall’esterno è evidente che tratta i giovani alla pari. Gli stessi studenti non sempre capiscono come devono comportarsi con lui.

Alla fine del semestre al Queens College Brodskij dichiara di non credere al sistema dei voti e che darà a tutti il massimo punteggio. Questo mette gli studenti in agitazione. Uno dei più bravi, il cui saggio sull’opera di Richard Wilbur Brodskij ha deciso di mandare al poeta stesso, dice ai compagni di corso: «Lui non gioca secondo le regole, e questa forse non è un’idea molto buona». Molti prendono a male la magnanimità del professore. Una volta, dopo una lezione veramente straordinaria, dico a uno studente: «Vero che siamo stati fortunati ad avere qui Brodskij per questo semestre?». Lui risponde con la sicurezza di sé di chi è stato educato secondo le migliori tradizioni democratiche: «Anche lui ha avuto fortuna a lavorare con noi». Poi, quando bisogna compilare il modulo di valutazione del lavoro del docente e Brodskij esce dall’aula come è d’obbligo, lo studente scontento per la storia dei voti non lo compila proprio, mentre gli altri ci lavorano come se fosse una questione di vita o di morte. È evidente che gli studenti non capiscono bene come prendere l’ironia del poeta e la sua rabbia.

Come molti brillanti autodidatti che hanno raggiunto un livello incredibile di erudizione senza seguire un corso di studi tradizionale, Brodskij non può soffrire l’ignoranza. Spesso accusa gli studenti americani di essere pigri, lenti, e di non conoscere affatto la storia. «Chiedo chi è Petrarca e mi rispondono: boh, è uno vissuto tanto tempo fa», sospira Brodskij. Poi, ammorbidendosi, dice: «Voi non sapete niente, ma neanch’io so niente. Solo che nel mio “niente” c’è più conoscenza che nel vostro».

Iosif Brodskij e i suoi studenti

All’università del Michican, nel 1973. (wikipedia)

Molto più che una lezione

Alcuni studenti si scandalizzano di questo approccio, ma c’è anche chi capisce: le lezioni con Brodskij sono più che delle semplici lezioni, e lui non è solo un docente. A volte, leggendo Pasternak o l’Achmatova, dimentica se stesso, dimentica che attorno a lui ci sono degli studenti, diventa quella poesia e si dissolve in essa. E quando riemerge dal testo, guarda con i suoi chiarissimi occhi azzurri gli studenti e chiede: «Beh, cosa ne pensate di questa poesia? Vi è piaciuta? Vero che è bellissima?». A questa domanda si può rispondere solo con un mugolio di assenso, e a Brodskij non resta altro che mettersi lui stesso a parlare di quel verso o di quel poeta.

Spesso si passa una mano fra i capelli e geme: «Cosa posso dirvi? Forse, avrebbe senso… Dài, ci provo…». Guarda con fare interrogativo il suo gruppo. Sia lui che gli studenti si chiedono se non dovranno meditare in silenzio sino alla fine della lezione. «Su, dite almeno qualcosa!», esclama Brodskij. «O stiamo qui a far niente? Va bene, stiamo qui a far niente». E continua a gettare l’amo sperando che qualcuno abbocchi. Ma gli studenti non si fanno sentire. Allora, non vedendo nemmeno i cerchi sull’acqua, il pescatore decide di lasciar perdere la pesca e di godersi una bella passeggiata sulla spiaggia. Ed è qui che arriva il momento migliore della lezione. Rilegge la poesia, poi sceglie un verso o un’immagine e si mette a parlare lentamente, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Un pensiero tira l’altro. Brodskij è lanciato al massimo, dimentica definitivamente gli studenti e si sprofonda a riflettere su cosa significhi essere poeta. «Tu scrivi una poesia per capire cosa pensi. Parli per sapere cosa sai – dice. – Questa conoscenza è sepolta in profondità dentro di noi».

I monologhi di Brodskij ricordano la maniera ipnotica in cui legge i suoi stessi versi. Chi l’ha sentito leggere almeno una volta, non lo dimenticherà mai. A differenza di Evtušenko, che si mette solennemente in posa come un ballerino di flamenco prima dell’esibizione, Brodskij è molto tranquillo, rivolto all’interno di sé. E da lì, dall’abisso interiore popolato di immagini e suoni, affiora lentamente una preghiera, un canto. Slavo per intonazione, cabbalistico nel suo sviluppo irreversibile, attira l’ascoltatore nell’invisibile tela di ragno del ritmo e delle rime.

Ma il poeta-sciamano non ha il compito di ammaliare e inebriare. Invita l’ascoltatore a viaggiare seguendo il flusso musicale della lingua per intavolare con lui la discussione fantastica, filosofica, metafisica che sta alla base delle opere dalla struttura estremamente complessa. La musica formula un’idea e dall’idea nasce la musica. «Una poesia è un avvenimento linguistico», dice spesso Brodskij.

Durante una sua lezione fornisce la chiave per decifrare il suo stupefacente modo di leggere. Stiamo discutendo sui corsi di scrittura creativa, e uno degli studenti chiede se servano a qualcosa. Tentando di spiegare perché non si può imparare a scrivere versi, Brodskij racconta cosa significa per lui questo processo. «Prima senti dentro di te qualcosa come una nota o un suono. Cominci a canticchiare fra te e te, vai dietro a questa nota. Lei ti conduce, ma per il momento non sai precisamente dove. Comincia a formarsi un’immagine, e tu vai sulle tracce di questa immagine. E sai che sono le muse o gli dèi, comunque li chiamiate, a sussurrartela. Loro non possono sussurrare parole, perché le muse e le divinità non pensano con parole. Producono suoni, e noi poeti cerchiamo con l’aiuto delle parole di avvicinarci al suono che abbiamo sentito. Il poeta è il protagonista del proprio mito. E i versi sono le sue imprese. Per compiere un’impresa, servono tre cose: coraggio, una muscolatura sviluppata, e soprattutto la partecipazione del divino. Non può esserci poesia senza l’aiuto o l’intervento di Dio. Così, se parliamo di formazione, si può in effetti educare nella persona il coraggio o aiutare i giovani a sviluppare i muscoli, ma non si può in nessun modo insegnare loro come ottenere l’aiuto degli dèi. Ciò che essi o le muse ti sussurrano all’orecchio non è legato in nessun modo alla realtà o a ciò che chiamiamo realtà, perché gli dèi vivono secondo leggi proprie. Sussurrano parole sconosciute alla persona, la quale le ascolta come una strana musica, un canto divino».

«Ma si può insegnare a una persona a leggere versi?», domanda uno studente. «Leggere versi, propri o scritti da altri, è come pregare – risponde il poeta: – quando le persone cominciano a pregare, anch’esse all’inizio sentono se stesse. Oltre alle parole della preghiera, sentono la propria voce che pronuncia la preghiera. Leggere dei versi è ascoltare noi stessi che leggiamo dei versi. Proprio per questo vi prego di imparare i versi a memoria. Se volete capire una poesia, la cosa migliore non è analizzarla, ma fissarla nella memoria e ripeterla ad alta voce. Il poeta segue una traccia fonetica, possiamo anche chiamarla immagine fonetica, e quando imparate a memoria una sua poesia, ripetete tutto il processo della sua creazione fin dal principio».

Iosif Brodskij e i suoi studenti

Negli USA, anni ’70. (youtube)

Alla scoperta di un universo complesso

Siccome durante il corso di letteratura comparata molti versi vengono letti in inglese, spesso chiedono a Brodskij di commentare la traduzione. Gli studenti sanno che Brodskij e George Kline, il traduttore dei suoi versi, lavorano insieme. La maggior parte dei traduttori della poesia russa in inglese fanno infuriare Brodskij: «Li ammazzerei», borbotta sogghignando. «Ho imparato l’inglese da solo, traducendo John Donne e Robert Lowell – racconta agli studenti. – Avevo sulla scrivania un grosso vocabolario, in cui cercavo tutte le parole che non conoscevo e le vedevo fuori dal contesto, vedevo tutti i significati della parola. Questo mi colpiva. Mi rendevo conto che, sebbene per tradurre tu debba scegliere solo una parola, sei obbligato a tenere a mente tutti gli altri suoi significati, la sua etimologia, la fonetica, l’eco del suo etimo. E così non solo ho incominciato ad acquisire padronanza di una lingua straniera, ma anche a capire qualcosa di nuovo della mia lingua madre. Ho imparato a stupirmi delle parole. Quando dici “gatto”, lo dici dal tuo punto di vista, ma il gatto che tu immagini non coincide con quello che ha in mente il tuo interlocutore, e anche il gatto a sua volta non chiamerà se stesso “gatto”. Una poesia è come un gatto. Ti comunica il significato delle parole, quel significato che le parole hanno acquisito in questa poesia. E se approfondirai ulteriormente la questione, forse capirai cosa significano dal punto di vista della poesia. Così che, per tornare ai corsi di scrittura creativa che, a quanto vedo, sono così apprezzati in America, il guaio principale è che non possono insegnarvi a chiamare il gatto come è giusto dal suo punto di vista. Ogni poeta porta nel mondo il proprio universo. Per questo è così importante non giudicare i poeti. Non esistono poeti di second’ordine. Ognuno ha la sua verità. Ma certamente è importante capire che un poeta vive in una certa epoca storica. E il XX secolo è il secolo dell’assurdo».

A quel punto, uno degli studenti chiede a Brodskij qual è il suo scrittore contemporaneo preferito. Il poeta agita la mano: «Ce ne sono tanti… È stupido scegliere… Ad esempio, Malone muore di Beckett è il più grande libro mai scritto». E guardando lo studente come un sonnambulo che è stato risvegliato bruscamente, Brodskij riprende il filo del suo pensiero principale: «Ecco, a voi questi corsi di scrittura creativa non servono a niente. Bisogna imparare i versi, tradurli, imparare una lingua straniera. Tradurre versi è il modo migliore per imparare una lingua straniera che non conosci. La musica del verso ti porta, nuoti sulle onde del suono, ma al tempo stesso scruti la massa dell’acqua e là, nel profondo, noti il brulicare delle creature marine. Così, la complessità di una lingua e di una sintassi ti si rivela quando le percepisci attraverso l’universo strutturato in modo complesso della poesia». Alza improvvisamente lo sguardo stanco: «Per oggi basta così».


(immagine d’apertura: il Queens College oggi, X)

Rosette C. Lamont

Rosette Clementine Lamont (1927-2012), nata a Parigi da genitori russi di origine ebraica e giunta con la famiglia negli USA allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è stata una nota critica teatrale e letteraria, tra i maggiori studiosi dell’opera del drammaturgo Eugène Ionesco.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI