La memoria sostituita: dal GULag al «genocidio del popolo sovietico»

6 Marzo 2026

La memoria sostituita: dal GULag al «genocidio del popolo sovietico»

Anna Kondratova

Dopo poco più di un anno dalla chiusura per «violazione delle norme antincendio», il Museo statale dedicato alla storia del GULag sta per essere rimpiazzato da un’altra istituzione dedicata alle «vittime del genocidio perpetrato dai nazisti contro il popolo sovietico».

Fondato a Mosca il 31 luglio 2001 per iniziativa di Anton Antonov-Ovseenko, scrittore e giornalista che aveva trascorso più di tredici anni nei lager, il Museo del GULag costituiva l’unica istituzione pubblica russa interamente dedicata alle vittime delle repressioni staliniane. Il percorso museale era basato sul criterio della «dimensione umana»: alla storia ufficiale fatta di documenti e statistiche veniva affiancata la storia personale dei singoli individui finiti in disgrazia.

Diretto dal giovane Roman Romanov, di formazione psicologo, il Museo del GULag non era soltanto un luogo espositivo ma offriva un’attività formativa, editoriale e artistica, e metteva a disposizione un prezioso centro di documentazione per aiutare gratuitamente i cittadini a rintracciare negli archivi le informazioni sui propri familiari caduti vittime delle repressioni. Il museo ospitava anche un centro sociale e di volontariato che assisteva gli anziani sopravvissuti ai campi. Un anno dopo la chiusura del museo, nel novembre 2024, per «violazione delle norme antincendio», Romanov è stato escluso dal Consiglio per i diritti umani presso la presidenza, fino ad essere rimosso dal museo e sostituito temporaneamente da Anna Trapkova.

«Il Museo del GULag – ha osservato la filologa Svetlana Panič – era già un autentico “museo del genocidio del popolo sovietico”, perché rappresentava il genocidio diretto contro coloro che furono forzatamente raccolti in una “nuova comunità storica”: leninisti devoti, marxisti convinti e relativi critici, cadetti, socialrivoluzionari, trockisti, comunisti, cristiani, buddhisti, ebrei, musulmani, lettoni, lituani, ucraini, russi, ingusci, gagauzi, persone di ogni età, nazionalità, ceto e convinzione; contro di loro il genocidio fu perpetrato per decenni dalla mostruosa creatura dei čekisti che si chiamava GULag.

Quel genocidio era raccontato da un’esposizione di straordinaria potenza: vecchie porte di celle che dividevano gli spazi, fragili oggetti domestici donati dai figli e nipoti delle vittime del mostro, fotografie straordinarie provenienti anch’esse da collezioni di famiglia, un’illuminazione scelta con intelligenza e sensibilità, libri avvincenti (…). Era un museo in cui si inseguiva una memoria fatta di umanità, dove le ferite venivano portate alla luce e si cercava di guarirle dopo decenni di silenzio. (…) Il Museo del GULag era un museo di martiri nominati uno ad uno, che avevano tracciato “un sentiero nel deserto”, un martirologio visivo, una forma moderna delle antiche agiografie dei martiri».

Messi in magazzino i reperti e l’archivio del «vecchio» museo, quello nuovo ospiterà materiali provenienti dal progetto «Senza prescrizione», avviato nel 2018 e dedicato alla documentazione e al ricordo dei crimini «che non vanno in prescrizione» commessi dai nazisti e dai loro complici in territorio sovietico, con particolare attenzione alle stragi di civili. L’istituzione sarà diretta da Natal’ja Kalašnikova, una pasionaria dell’«operazione militare speciale», che nel 2024, quando dirigeva l’Istituto statale di cultura a Mosca, ha raccontato di aver portato gli studenti al fronte, dai soldati, come «forma di educazione patriottica».

La memoria sostituita: dal GULag al «genocidio del popolo sovietico»

Interni del vecchio percorso museale. (facebook)

Il paradosso che emerge dalle voci critiche è innanzitutto di ordine logico: esistono già in Russia centinaia di musei dedicati alla Seconda guerra mondiale e ai crimini nazisti, mentre il Museo del GULag era l’unica grande istituzione dedicata all’altra tragedia del popolo sovietico, che ricordava a tutti cos’erano stati il terrore interno, le deportazioni, l’annientamento di milioni di destini umani. «Tutta la loro memoria storica si riduce a una sola cosa – ha scritto un biblista, riferendosi alle autorità statali: – la Grande guerra patriottica, che deve essere ripetuta all’infinito. Il ricordo di coloro che sono stati uccisi in modo violento e dissennato dallo Stato stesso è solo d’intralcio a questa reiterazione».

Al regime attuale – osserva ancora Panič, – «è ancor più necessaria la regressione ideologica, il ritorno all’idea del “martirio dei popoli”, così monumentale e perciò capace di moltiplicare all’infinito memorializzazioni astratte, grossolane, senza volto. Basta ricordare il “monumento al popolo sovietico” a Babij Jar, luogo di sterminio di massa degli ebrei e non solo, i vari monumenti “al coraggio e all’eroismo” che cancellano i volti e trasformano la tragedia della guerra in una collezione di simulacri che incutono timore con la loro malvagia grandezza, chiamata – chissà perché – “abnegazione ed eroismo”».

Del resto, se si condannano le repressioni staliniane, il passo verso la critica delle repressioni contemporanee diventa pericolosamente breve. Stalin, il «generalissimo» che ha lottato contro il nazismo, non può essere screditato, soprattutto non ora mentre la Russia combatte quella che viene presentata come una nuova lotta contro il nazismo. La memoria del GULag è dunque funzionalmente incompatibile con la narrativa bellica attuale, va rimossa non per ragioni storiche ma di coerenza ideologica del presente. «Se si condannano quelle repressioni – nota una studiosa, – non è da escludere che a qualcuno potrebbero sembrare ingiuste anche quelle attuali. Mentre le repressioni sono una cosa giusta… e Stalin era un grande…».

La memoria sostituita: dal GULag al «genocidio del popolo sovietico»

Allestimento nel vecchio museo. (facebook)

«Non è difficile immaginare come sarà il nuovo museo – aggiunge Panič con una nota di sconforto: – ovviamente, essendo un progetto ideologico, vi investiranno sicuramente molti soldi, si utilizzeranno le tecnologie museali interattive più moderne, verranno messi gli accenti al posto giusto, vi saranno trascinati in massa gli studenti ai quali verrà raccontato con enfasi ciò che si deve sapere».

A completare il quadro arriva la mossa legislativa: alla Duma di Stato è stato presentato un disegno di legge che prevede sanzioni penali per i negazionisti, con multe sino a tre milioni di rubli, lavoro coatto o reclusione fino a tre anni. Il nuovo disegno di legge amplia l’articolo già esistente sulla «riabilitazione del nazismo» (art. 354.1 c.p.), per punire non solo «la negazione dei fatti accertati dal tribunale di Norimberga» e la «diffusione di informazioni false sulle attività dell’URSS durante la Seconda guerra mondiale», ma anche «la negazione del genocidio del popolo sovietico, nonché l’offesa alla memoria delle vittime». La definizione di «genocidio» è già stata sancita nell’aprile 2025, e Putin ha istituito il 19 aprile come Giornata della Memoria. Così il cerchio si chiude: c’è una categoria giuridica, c’è una data commemorativa, c’è un museo. E nel frattempo si rende sconveniente ricordare l’esistenza del GULag, i crimini di Stato, le vittime che erano cittadini sovietici repressi dal proprio governo. Eppure il GULag, in sostanza, non era anch’esso un genocidio contro il popolo sovietico?

«L’asfalto è stato steso, ma l’erba cresce!» cantava Letov negli anni ’80, e anche la Panič non è del tutto pessimista: «La memoria trasmessa dal museo del GULag è troppo forte, convincente, esigente per poter essere così facilmente espulsa dalla sua sede moscovita. È del tutto possibile che il “museo del genocidio del popolo sovietico” finisca per testimoniare contro se stesso, e che attraverso le luci, le proiezioni, le belle scenografie continui a trasparire l’acronimo “GULag”. Sapienti sat1, e ci sono molti che insegneranno a scorgere e comprendere questa scritta. Così il Museo del GULag ritornerà, e magari una delle sue esposizioni racconterà di come si tentò di trasformarlo in un museo di storia manipolata e comoda, ma senza successo».


(foto d’apertura: facebook)

Anna Kondratova

Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.

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