15 Giugno 2026
Tra vita in comunità e comunitarismo, la difficile transizione della Siria
Dopo la caduta di Assad, i cristiani siriani si trovano davanti a una sfida decisiva: continuare a cercare protezione nel potere oppure riscoprire una fede vissuta nella libertà. Un testimone sul campo ci racconta di questa transizione tra paura, speranza e responsabilità, mostrando come la vera comunità cristiana non sia un rifugio, ma una presenza viva nel mondo.
Ho deciso di parlare di questo momento di passaggio qui in Siria toccando il tema tra comunità e comunitarismo. Comincio con una cosa che per me è molto importante da dire: se io sono qui in Siria oggi è per la testimonianza che ho visto nei cristiani quando sono venuto qui per la prima volta nel 2017, perché ho visto persone per cui la fede era più importante della vita. Questa è la testimonianza che mi sono portato tornato poi in Russia. Dico questo perché magari sarò un po’ critico oggi in quello che dirò, ma vorrei che teneste in mente questo aspetto, che la testimonianza dei cristiani qui mi ha veramente cambiato.
Inizio con una citazione che per me è diventata il filtro attraverso cui guardo la realtà siriana di questi mesi. Dice Czesław Miłosz: «Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti».
Non c’è descrizione più lucida del punto di arrivo della coscienza di molti cristiani in Siria oggi. Dopo decenni di dittatura, dopo la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024, e ora in questa fase di transizione difficile e incerta, ci troviamo di fronte a una domanda radicale:
cosa significa essere cristiani senza un «protettore» politico? E ancora di più: cosa significa dire Cristo, vivere Cristo, in un tempo di incertezze, e farlo senza le stampelle che il potere ci offriva?
L’eredità del regime: la prigione dorata del «comunitarismo»
Per comprendere la difficoltà della transizione siriana, dobbiamo prima comprendere il meccanismo perverso con cui il regime di Assad ha gestito le minoranze, in particolare quella cristiana.
La politica religiosa dei 53 anni di dittatura della famiglia Assad ha avuto una costante: imporre uno stato laicista, ereditato da una visione comunista del partito Baath, che lasciava un’autonomia ridotta a tutte le religioni. Ma, soprattutto, cercava di far credere che se potevi pregare oggi, se potevi compiere gesti pubblici, era soltanto grazie alla protezione di chi era al potere.
Gli strumenti della propaganda sono vari. Ne elenco alcuni perché si ritrovano in tutte le dittature:
- Tecnica della paura e del nemico: creare la paura di una minaccia esterna (il radicalismo islamico) o interna per posizionarsi come unico difensore possibile della comunità;
- La ripetizione continua di menzogne fino a quando saranno accettate come realtà, spesso reinventando la storia;
- Culto della personalità: messa in scena del leader come unico salvatore provvidenziale;
- Dissimulare l’origine delle informazioni per far credere che provengano da fonte neutrale o dalla comunità stessa;
- Favorire l’effetto «carrozzone» (bandwagon) per dare l’impressione che tutti sostengono il leader, come se fosse l’unica opzione logica;
- Uso dei mass media e social media per creare l’illusione di un sostegno popolare;
- Giocare con le emozioni per favorire reazioni impulsive (rabbia, fierezza) piuttosto che la riflessione razionale, giocando per esempio sull’identità di gruppo.
Questo sistema ha creato un «noi» contro «loro», dove il leader era presentato come l’unico scudo necessario alla sopravvivenza del gruppo. I cristiani sono stati rinchiusi in una gabbia dorata: in cambio della lealtà politica, ricevevano una protezione che, col senno di poi, assomigliava molto a una prigionia. È quello che gli studiosi del periodo ottomano chiamano il sistema dei «millet»: lo Stato tratta le minoranze religiose attraverso la mediazione dei loro leader ecclesiastici, concedendo autonomia e protezione in cambio del controllo politico.
Oggi, però, quella gabbia si è aperta. Il regime è caduto. E anche se non si sa ancora se si è caduti dalla padella alla brace o no, i cristiani si trovano come Mosè nel deserto: hanno lasciato l’Egitto, ma non sono ancora entrati nella Terra Promessa. E molti, vi confesso, piangono le cipolle d’Egitto, guardando al passato con una certa nostalgia e al futuro con una grande paura.

(Pixabay/Alex Madred).
La tentazione del comunitarismo: la sindrome dell’accampamento
C’è una domanda che sento riecheggiare spesso nei colloqui con i cristiani delle nostre comunità in Siria in questo periodo: «Chi ci proteggerà ora che al potere in Siria sono arrivati musulmani radicali?».
Questa domanda, umanamente comprensibile, nasconde una trappola mortale per la fede. È la trappola del comunitarismo. Intendo con questo termine quella tentazione di chiudersi in una fortezza identitaria, di cercare la salvezza non nella propria relazione personale con Cristo, ma nella solidarietà di gruppo imposta dall’alto, nella difesa dei propri privilegi, nella contrattazione politica con il nuovo potere.
In questi mesi di transizione, abbiamo visto scene contraddittorie. Da un lato, ci sono cristiani che, con coraggio, chiedono di essere cittadini a pieno titolo, non sudditi protetti. Dall’altro, c’è la tentazione di tornare al vecchio modello: cercare un nuovo «padrone» che garantisca sicurezza.
Ma attenzione: questo non è vivere la fede. È sopravvivere nella paura. Ed è l’esatto contrario di ciò che significa essere cristiani.
«Uomini senza patria»: la lezione di don Giussani
Ed è qui che desidero chiamare in causa due maestri: padre Romano Scalfi e don Luigi Giussani.
Comincio con Giussani. Nel suo libro Uomini senza patria, che raccoglie le sue lezioni ai responsabili di Comunione e Liberazione nei primi anni Ottanta, egli scrive una cosa, che oggi in Siria suona come una profezia. Dice Giussani:
«Uno che non ha patria è continuamente senza sicurezze umane, senza protezioni, senza soste, sempre in qualche modo attraversando».
«Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive; talmente riconosce questa Presenza che è essa a determinare la modalità di veduta, la modalità di percezione, quindi la modalità di giudizio e la modalità di comportamento. Non ha patria l’uomo che dice: “Dio è un fatto presente, con un nome storico che coglie e tocca fisiologicamente la mia vita, e quindi pretende di determinarla in ogni senso, affinché attraverso la mia vita possa determinare la vita della società”».
Uomini senza patria. Ecco cosa siamo chiamati a essere in Siria oggi.
Per molto tempo, i cristiani siriani hanno avuto una «patria» mondana: il regime di Assad. Vivevano in una relativa tranquillità, avevano uno spazio protetto, avevano privilegi, avevano persino una certa libertà liturgica. Ma a quale prezzo? A quale prezzo per la loro anima? Il prezzo era la mancanza di libertà. Non erano cittadini; erano protetti. E questo modello assomiglia sempre più al concetto antico di dhimma: protezione in cambio di sottomissione.
Giussani ci sfida: la vera fede non cerca patria su questa terra. La vera fede è un’esperienza di una Presenza che è più grande di qualsiasi sistema politico. E chi ha incontrato questa Presenza, chi vive di questa Presenza, non ha bisogno di un regime che lo protegga. Anzi, diventa pericoloso per i regimi.

(Pixabay/Galapagus45).
Romano Scalfi e la libertà del martirio quotidiano
E qui viene in aiuto la testimonianza di padre Romano Scalfi, che tanto ha amato le «Chiese del silenzio». Scalfi ci ha insegnato che la fede sotto persecuzione – o anche solo sotto pressione – non si ripiega su se stessa, ma diventa più pura. Per Scalfi, il cristiano non è colui che cerca spazi di sicurezza, ma colui che, proprio nell’instabilità e nella precarietà di un mondo ostile, annuncia che l’unica vera realtà è Cristo.
Ascoltiamo le sue parole: «I cristiani sono convinti che bisogna partire dall’uomo. Non si può partire dalle strutture anche se le strutture non sono escluse dall’attenzione. Ma la prima attenzione va riservata all’uomo… Il rinnovamento incomincia da un cuore nuovo, il cambiamento autentico della società passa attraverso il cuore dell’uomo…. Partire da qui per costruire delle comunità che possano essere immediatamente il segno della possibilità di una vita nuova».
E ancora in un’omelia: «Per noi questa umanità che vive dentro di noi ha un nome preciso: è Cristo. È Cristo, che durerà sempre e alla fine vincerà. Davvero dobbiamo considerare questa presenza come qualcosa che, anche nelle difficoltà, illumina talmente la nostra vita da renderci per sempre radiosi».
Scalfi ci ricorda che il potere dei cristiani non è di questo mondo, ma proprio per questo è l’unico potere che può cambiare il mondo dall’interno, senza violenza, con la sola forza della testimonianza.
Ecco, questo «potere diverso» è ciò che la Siria sta aspettando da noi. Non una mediazione politica. Non un nuovo concordato. Non una nuova protezione. Ma la testimonianza di persone, comunità che amano gratuitamente, che stanno in mezzo alla guerra senza odio, che non hanno paura di perdere i propri privilegi perché la loro ricchezza è altrove.
La comunità: il luogo dell’esperienza, non del rifugio
Questo non significa affatto rifiutare la comunità. Al contrario. La mia tesi è proprio questa: se uno ha la fede, non ha bisogno del sostegno dello Stato. Ma la comunità è comunque indispensabile per riconoscere la presenza di Cristo, per fare esperienza della fede, e questa esperienza ti lancia nel mondo per giocare la tua responsabilità.
Facciamo chiarezza. Il regime ci ha abituato a una falsa idea di comunità. Una comunità passiva, che riceve protezione dall’alto. Una comunità che guarda al capo (politico o religioso che sia) come al salvatore. Una comunità che chiede: «Cosa dobbiamo fare per essere al sicuro?».
La comunità cristiana autentica è l’esatto contrario. È un laboratorio di libertà. È il luogo dove, come diceva Giussani, io posso dire «io» perché so di appartenere a un «noi» più grande. Ma questo «noi» non è una fortezza chiusa: è un fermento che si getta nel mondo.
In Siria oggi, vedo barlumi di questa santità. Ci sono comunità in città o nei villaggi, che non si chiudono nelle chiese. Escono. Portano cibo ai musulmani, educano i loro bambini, aprono le loro case a tutti, senza chiedere la tessera del partito o la professione di fede. Questi cristiani non aspettano che il nuovo governo conceda loro qualcosa. Si prendono la responsabilità di amare. E lo fanno non perché qualcuno glielo abbia detto, ma perché hanno fatto esperienza di Cristo nella comunità.

(Pixabay/Fahed27).
La difficile transizione: tra paura e speranza
Il momento è indubbiamente difficile. Un recente rapporto della Fondazione Konrad Adenauer descrive i cristiani siriani come sospesi «tra paure esistenziali, lealtà riluttante e ambivalenza». Molti hanno già lasciato il Paese: eravamo circa un milione prima del 2011, oggi siamo forse 300.000 in tutta la Sira. E la fuga continua.
E le sfide sono immense. Ci sono episodi di violenza, di minacce. C’è la paura dell’ignoto. C’è chi dice: «Se non possiamo vivere la nostra fede come una volta, allora non apparteniamo più a questo posto». Capisco questo dolore. Ma io dico: forse, questa crisi è l’occasione che lo Spirito aspettava da decenni.
Per troppo tempo abbiamo avuto una fede garantita dallo Stato. Ma la fede garantita dallo Stato è una fede morta. È un’abitudine culturale, non un’avventura personale. È un’eredità familiare, non una scelta di libertà.
Ora tutto è messo in discussione. E questo è un bene. Perché ora possiamo finalmente scegliere. Possiamo finalmente diventare «uomini senza patria», nel senso più bello del termine: persone che non hanno altra sicurezza che Cristo.
Il futuro della Siria, e dei cristiani in Siria, non si giocherà a Ginevra o a Washington. Non si giocherà nei negoziati per una nuova costituzione, per quanto importanti. Si giocherà nei cuori e nelle coscienze. Si giocherà nella decisione di ogni singolo cristiano di rimanere lì, a Damasco, ad Aleppo, a Homs, non perché sia sicuro, ma perché Cristo è lì.
Conclusione
Concludo tornando a Miłosz. Dicevamo: «Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti.»
Ora è arrivato il momento di superare questa menzogna. Il cristiano vive per grazia di Dio, non per grazia dei potenti. E la prova che questo è vero è la comunità: non il comunitarismo difensivo, ma la vita in comunità, che rende visibile l’amore di Cristo.
Questa comunità, se è autentica, non ti chiude in un ghetto. Ti butta fuori. Ti chiede di giocare la tua libertà, la tua responsabilità, in mezzo a un mondo in piena turbolenza.
La transizione della Siria è difficile. Ma per noi cristiani, questa non è solo una transizione politica. È una transizione della fede. Dal cristianesimo come identità culturale, a Cristo come presenza viva. Dal cristianesimo come protezione, a Cristo come libertà.
Don Giussani ci ha insegnato che non hanno patria coloro che riconoscono Cristo come presenza reale. Ed è proprio questa assenza di patria la nostra più grande ricchezza.
Che il Signore dia alla Siria, in questo tempo difficile e bello, la grazia di essere uomini e donne senza altra patria che Lui.
(Immagine d’apertura: Pixabay/Dianne Ket78).
Jean François Thiry
laureato in lingua russa, ha vissuto a Novosibirsk dal 1992, in seguito si è trasferito a Mosca dove ha diretto il Centro culturale Biblioteca dello spirito. Dal 2023 si è trasferito ad Aleppo (Siria) dove segue i progetti di sviluppo di Pro Terra Sancta.
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