Andrzej Wajda, il senso di un testimone del XX secolo

25 Marzo 2026

Andrzej Wajda, il senso di un testimone del XX secolo

Alberto Leoni

Nel marzo 1926 nasceva il grande regista polacco Wajda, un artista poliedrico che ha raggiunto le sue vette nel riproporre la condizione dell’uomo travolto dalla guerra o catturato dalle spire dell’ideologia.

Cento anni dalla sua nascita, il 16 marzo 1926, e dieci anni dalla sua morte, il 9 ottobre 2016. Andrzej Witold Wajda ha attraversato il XX secolo, lo ha, per così dire, navigato, a bordo della sua scialuppa, fatta di tradizione, arte e talento. Tradizione, perché l’amore per la propria terra gli era stato trasmesso dal padre, ufficiale di cavalleria trucidato a Katyn nel 1940; arte, trasmessa da un insegnante di pittura. E infine talento perché, come scrive giustamente Silvia Parlagreco «l’arte non è un mestiere, uno non fa il pittore, è pittore. È una verità di una banalità sconcertante, peccato che nessuno ci rifletta. In Polonia sì, sicuramente. E se sei pittore (o scultore o musicista) – continua Parlagreco – ti interessi anche di dove vivi e hai il dovere o il diritto di usare la tua arte “per cambiare il mondo”, per citare un passo di Wajda».

Wajda aveva scelto la strada del cinema «con la grande consapevolezza che a questa espressione si arriva solo dopo aver frequentato il territorio della musica, della pittura, della letteratura. Il cinema è l’insieme di tutte queste arti»1.

Ma Wajda non è stato solo questo: è stato anche un uomo del suo tempo, che ha combattuto a diciotto anni con l’Armia Krajowa (l’esercito partigiano polacco) e poi è stato pittore, studente all’Accademia di Belle Arti di Cracovia e regista teatrale. Ma qual era l’idea di cinema di Wajda, quale la sua poetica?

In Italia esiste un consolidato pregiudizio nei confronti del cinema polacco, ritenuto noioso e pesante: un pregiudizio espresso anche attraverso ironia e satira. Eppure, le prime tre opere di Wajda smentiscono tale assunto perché sono fortemente drammatiche e riguardano quella Seconda guerra mondiale in cui la Polonia ha subìto la perdita di sei milioni di cittadini, metà dei quali ebrei: il 17% della popolazione, con un dato percentuale superiore anche all’Unione Sovietica (15%). Per dare un’idea, se l’Italia avesse avuto la stessa percentuale di caduti avremmo avuto sette milioni e mezzo di morti anziché cinquecento sessantamila.

Da qui la «serietà» di Wajda nel trattare un tema così tragico in Una generazione (1955) in cui si narra la lotta partigiana nei quartieri operai di Varsavia; I dannati di Varsavia (1957) col titolo originale Kanał dove gran parte dell’azione si svolge nelle fogne, durante la grande rivolta dell’estate del 1944; Cenere e diamanti (1958) in cui si rappresenta la guerra civile successiva alla fine della guerra. Si tratta di opere forti, amare, spietate dove non c’è spazio per la propaganda o per un lieto fine che, in guerra, non può esistere.

A trentadue anni Wajda aveva già ottenuto il premio speciale della giuria a Cannes, ex aequo con Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Per il critico Morando Morandini «Kanał ha la violenza di Aldrich, il barocchismo di Welles, l’amore dei contrasti di Buñuel»2.

Seguiranno altri film sulla storia contemporanea come Lotna (1959) sulla cavalleria polacca del 1939, Sansone (1961) sulle persecuzioni contro gli ebrei e Paesaggio dopo la battaglia (1970) sui sopravvissuti ai campi di sterminio.

In cinquant’anni di carriera artistica Wajda ha diretto quaranta lungometraggi e portato in scena decine di opere teatrali. Dalla sua scuola sono emersi registi come Agnieszka Holland, Roman Polański e Jerzy Skolimowski. Impossibile, qui, citare tutte le sue opere:  ve ne sono di genere intimista come Tutto in vendita (1969), Caccia alle mosche (1970), Senza anestesia (1978) o Le signorine di Wilko (1979), oppure  riduzioni di opere della letteratura mondiale come Pilato e gli altri (1972) da Il Maestro e Margherita, La linea d’ombra (1976), I demoni (1988), Nastasja (1994) da L’idiota. Tuttavia, in Wajda,  il tema predominante resta la Storia e l’Uomo che si muove in essa.

Andrzej Wajda, il senso di un testimone del XX secolo

Durante le riprese di Terra promessa (1975). (wikipedia)

Il periodo storico può essere quello del Medioevo e della crociata degli innocenti in Le porte del Paradiso (1965) o il periodo napoleonico in Ceneri sulla grande armata (1965) e in Pan Tadeusz (1999), ma lo sforzo maggiore lo ha posto nel narrare la Seconda guerra mondiale come in L’anello con l’aquila coronata (1992) sulla Resistenza e, nel 1990, Dottor Korczak (premio speciale della giuria a Cannes) ispirato alla figura del grande pedagogo del Ghetto di Varsavia che accompagnò i suoi orfani nei campi di sterminio, condividendone la sorte.

Wajda era potentemente radicato nel proprio paese tanto da proclamare, nel ringraziamento per l’Oscar alla carriera nel 2000: «Ladies and gentlemen, parlerò in polacco perché voglio dire quello che penso e io penso sempre in polacco», ma il nazionalismo non riuscì mai a contagiarlo. Ne sono prova due film: Un amore in Germania (1983) in cui la guerra viene vista dalla parte della popolazione tedesca e La settimana santa (1995), sull’antisemitismo in Polonia.

L’opera di Wajda è, tuttavia, conosciuta in Occidente soprattutto per cinque film sul totalitarismo, di cui tre hanno lasciato il segno nella coscienza europea.  Nel 1977 Wajda gira L’uomo di marmo sulle vicende di Mateusz Birkut, un eroe del lavoro socialista. Il film, premiato con la Palma d’oro al festival di Cannes, avrebbe comportato la rottura definitiva con il regime che metterà fuori mercato la casa di produzione di Wajda.  Quattro anni dopo, quando Wajda aveva aderito al sindacato Solidarność, sarebbe venuto il sequel L’uomo di ferro (1981) che seguirà le vicende del figlio di Birkut impegnato negli scioperi nei cantieri di Danzica.

Dopo il colpo di Stato del dicembre 1981 Wajda realizza quello che, tra i tanti, è il maggior capolavoro: Danton. Un cast straordinario di attori francesi e polacchi, la sceneggiatura di Jean Claude Carrière imperniata su L’affare Danton di Stanisława Przybyszewska, una ricostruzione di ambienti e costumi a dir poco perfetta: Danton è, ancora oggi, per lo spettatore un’esperienza estetica quasi violenta.

Su tutti svettano Gérard Depardieu (Danton) e Wojciech Pszoniak (Robespierre) che, all’epoca non sapeva parlare in francese ma seppe compiere una performance eccezionale, tale da stare alla pari con il titanico Depardieu. L’edizione italiana è impreziosita dal doppiaggio di Giancarlo Giannini (Danton) e del grande, indimenticato Oreste Lionello (Robespierre).

Danton rappresenta il punto più alto toccato da Wajda nel descrivere il dualismo tra politica e giustizia e come l’uomo venga stritolato quando il totalitarismo (ogni totalitarismo) sovverte e corrompe la società, le menti e i cuori dei leader e dei cittadini.

Dopo la caduta del comunismo, Wajda continua a operare rendendo omaggio al padre con il magnifico (e disturbante) Katyń  (2007) con una descrizione straziante dell’eccidio della classe dirigente polacca nel 1940. Tra gli ultimi film di Wajda, infine, va ricordato Wałęsa, l’uomo della speranza (2013). Ben lontano dall’essere un film meramente celebrativo sulla più grande (e misconosciuta) epopea del XX secolo: la caduta del comunismo senza che vi fosse una guerra mondiale, Wałęsa si giova di un Wajda in splendida forma con inserti dell’epoca quasi indistinguibili dalle riprese del film. Robert Więckiewicz è un Wałęsa arrembante e ironico, tanto da dire ai poliziotti che lo arrestano: «Un giorno verrete da me a chiedermi un lavoro». Con lui una splendida Agnieszka Grochowska (Danuta Wałęsa) e una Maria Rosaria Omaggio nel ruolo di Oriana Fallaci, semplicemente perfetta.

Dieci anni sono passati dalla scomparsa di Wajda e sembrano dieci lustri, perché Wajda ha saputo dare un’interpretazione della Storia alternativa alle ideologie correnti, ma quella sua arte sembra scomparsa dall’anima dell’Europa. Nel 1980, quando sembrava che non vi fossero alternative tra obbedienza al potere e lotta armata (questo sia a Est che a Ovest) due nazioni cattoliche, la Polonia e l’Irlanda, mostrarono che un’altra via era possibile. Mentre in Irlanda la lotta non violenta di Bobby Sands (con il digiuno protratto fino alla morte insieme ad altri nove compagni) segnava l’inizio di un lungo e difficile processo che avrebbe portato a una soluzione politica e pacifica della questione irlandese  – Bobby Sands era stato incarcerato per detenzione di armi, e non risulta abbia commesso o partecipato ad attentati, – in Polonia nasceva un sindacato che si denominava «Solidarietà» (termine che, allora, venne da molti disprezzato e odiato perché alternativo alla lotta di classe) e che invece abbatté il totalitarismo dalle fondamenta. In questa vicenda il cinema di Wajda, con il suo enorme successo in patria e all’estero, con la sua autonomia e libertà di giudizio storico (simile in questo alla Polonia antinazista e anticomunista) ebbe un ruolo fondamentale.
A noi far sì che quest’opera non venga relegata a polveroso reperto da cineteca.


(foto d’apertura: Ralf Lotys, wikipedia)

Alberto Leoni

Nato nel 1957, laureato in giurisprudenza. Storico e saggista, è esperto di storia militare e geopolitica. Per l’editrice Ares ha tradotto la storia del Risorgimento italiano di O’Clery e ha pubblicato diversi volumi tra i quali L’Europa prima delle Crociate (2010), Il Paradiso devastato. Storia militare della campagna d’Italia, Storia delle guerre di religione. Dai catari ai totalitarismi e Addio mia bella addio: battaglie ed eroi (sconfitti) del Risorgimento italiano.

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