L’appartamento dei Benda, luogo di amicizia e carità

16 Marzo 2026

L’appartamento dei Benda, luogo di amicizia e carità

Angelo Bonaguro

Un libro-intervista uscito a Praga racconta la storia di Kamila e Václav Benda: dalla giovinezza alla lotta per i diritti umani attraverso Charta 77. Una testimonianza su come la loro famiglia divenne luogo di libertà durante la normalizzazione comunista, dove solidarietà concreta e fede si intrecciavano nella costruzione della «polis parallela».

La mia vita con Václav e Charta 77, pubblicato nel 2024 dall’editrice praghese Vyšehrad, raccoglie un’ampia intervista fatta da Michal Stehlík, storico e direttore del Museo letterario ceco, a Kamila Neubauer, vedova del filosofo, dissidente e politico ceco Václav Benda (1946-1999). Stehlík si muove su tracce simili a quelle sviluppate nella nostra intervista alla vedova, pubblicata in italiano nel volume Insieme – Storie d’amore nel comunismo, e ripercorre con lei le vicissitudini della famiglia Benda «tra i flutti della storia», una storia appassionante e intessuta di cultura, persecuzione, diritti umani, famiglia e fede.

Nati nel 1946, Kamila e Václav crescono come «figli del regime» tra i pionieri e i giovani quadri del partito, fino al risveglio critico che li porta ad allontanarsi dall’ideologia, a riavvicinarsi alla Chiesa e, nel 1967, a sposarsi alla vigilia della Primavera di Praga. Quella breve stagione di speranza viene schiacciata dai carri armati sovietici, inaugurando vent’anni di «normalizzazione» repressiva durante i quali la famiglia Benda viene trascinata dagli eventi nel mondo del dissenso: se Kamila decide di rimanere nell’ombra per poter mantenere economicamente la famiglia lavorando come matematica, Václav si coinvolge in prima persona nell’iniziativa informale Charta 77, punto di riferimento sulla situazione dei diritti umani e civili, e successivamente nel Comitato per la difesa degli ingiustamente processati (VONS).

Le loro vicissitudini quotidiane riflettono quella che Václav teorizza come polis parallela: mentre il regime controlla la vita pubblica, persone come i Benda costruiscono spazi alternativi di libertà e verità. Lontani dall’ergersi a difensori dei diritti umani capaci di rinunciare a tutto pur di immolarsi contro il sistema, offrono piuttosto una dimora, un ambito familiare che accoglie la vita e la sostiene, nella buona e nella cattiva sorte: la loro casa diventa presto un luogo di resistenza dove oltre ai dibattiti intellettuali si vive una solidarietà concreta, che va dalla cucina al bucato, alla condivisione dei problemi con coloro che lottano per la libertà o sono vittime del regime.

La permanenza in carcere di Václav, dal 1979 all’83, lascia Kamila sola con cinque figli, e diventa il banco di prova definitivo, da dove emerge il nucleo del loro pensiero: non si tratta di sopravvivere, ma – come lui scrive ai figli – di «rendere testimonianza alla Verità». Dalla cella, Václav educa i bambini a essere «cavalieri cristiani», invita la moglie alla riflessione spirituale, giudica le vicende personali non come sventure ma come «grazia immeritata». L’89 li vede protagonisti della transizione democratica, senza tuttavia che si lascino prendere da facili entusiasmi: resta centrale per loro il compito della memoria e della responsabilità, vissuta per Václav personalmente nell’ambito della politica, da un lato per «mitigare le ingiustizie e le iniquità del regime precedente e, dall’altro, per costruire un nuovo Stato democratico di tipo parlamentare».

Stehlík chiede anche alla vedova una sorta di bilancio della sua vita, divisa tra la famiglia e l’impegno per i diritti umani: «Non guardo alla mia vita con tristezza, tormentandomi con domande del tipo “cosa sarebbe successo se…”. Charta 77 e la reazione del potere a questa iniziativa mi hanno tolto la serenità per 13 anni e il marito per 4. Vašek ha raffreddato le mie ambizioni di fare della grande matematica e di partecipare a conferenze internazionali, eppure sono ugualmente molto felice di aver vissuto per lunghi anni nel mondo scientifico. E 6 figli, di cui vado fiera, e 21 nipoti non sono certo da buttare via!… (…) Credo che, con il nostro piccolo contributo, abbiamo lasciato una traccia nella storia del mondo, perlomeno testimoniando cosa sia un regime totalitario».

L’appartamento dei Benda, luogo di amicizia e carità

K. Bendová e M. Stehlík alla presentazione del libro presso la Biblioteca Havel. (facebook)

Il finale è in sintonia con quanto disse il presidente di Memorial internazionale Jan Račinskij nel 2022, sottolineando l’importanza «dei nomi e dei destini di persone reali, concrete».  In questo senso,

racconta Kamila, negli ambienti del dissenso «ho incontrato tantissime persone meravigliose e generose, la cui presenza si è dimostrata fondamentale specialmente quando Vašek era in carcere (…).

Quattro volte all’anno andavo a fargli visita, e c’era sempre qualcuno disposto a prestarci l’auto (Radim Palouš, Václav Havel) e qualcun altro che la guidasse fin lì (Martin Palouš, Pavel Bratinka). Ogni mercoledì, quando andavo all’Istituto di Matematica, i figli più piccoli venivano accuditi da Marie e Vladimír Říha»: questi ultimi erano stati ferventi comunisti finiti in disgrazia dopo il ’68, ma in un’occasione Vladimír, fermato dalla polizia, fu difeso da Benda mentre i compagni lo avevano abbandonato; il fatto che a difenderlo fosse stato proprio un cattolico li aveva così colpiti che, per gratitudine, si erano offerti di fare da baby-sitter. E infatti «i bambini avevano molti zii e zie acquisiti che badavano a loro o li portavano in campagna anche per diversi giorni (Helena Tomková, Otka Bednářová, Věra e Pavel Roubal)». Nel dicembre 1978, per la tradizionale visita di «san Nicola» accompagnato dal diavolo e dall’angelo, che portano rispettivamente carbone o dolci ai bambini, «a venire da noi travestito da san Nicola fu Pavel Kohout, che aveva con sé i due “diavoli” Václav Havel e Pavel Landovský e l’“angelo” Jaroslav Hutka».

Nella lettera dal carcere del 2 marzo 1980, Václav rimprovera bonariamente la moglie scrivendole che «salare i cibi e mantenere in funzione una penna sono compiti al di sopra delle tue forze».

Ma durante i Natali da lui trascorsi in carcere, racconta Kamila, «signore a me sconosciute ci preparavano i dolci

(…) e avevamo persino il cosiddetto “omino dell’albero” – Jan Stříbrný – che ogni anno, prima della vigilia, ci portava un albero meraviglioso. Soprattutto i firmatari di Charta 77 ci aiutavano a sistemare la nostra residenza estiva a Chlomek: Honza Sokol riparò il pozzo, padre Josef Kordík ci costruì i letti a castello e la copertura per il serbatoio, Jiří Gruntorád imbiancò, Stanislav Žák riparò il camino, Jirka Voves falciava l’erba».

«La Charta e il dissenso mi hanno aperto le porte verso i prigionieri politici degli anni Cinquanta provenienti dall’ambiente cattolico, come i sacerdoti Zvěřina e Mádr o suor Magdalena Schwarzová», ma anche «con gli evangelici ci conoscevamo e ci volevamo bene», e cita Miloš Rejchrt, Jan Dus, e il pastore Jakub Trojan, che aveva tenuto il sermone durante il funerale di Palach. «Senza la Charta o il VONS probabilmente non avrei mai conosciuto personalmente i suoi esponenti di sinistra», compreso Jiří Hájek, che durante la Primavera di Praga fu ministro degli esteri, nell’agosto 1968 protestò all’ONU contro l’invasione sovietica, e fu portavoce di Charta 77. «Alcuni di loro in seguito si sono convertiti»: a Petr Pospíchal e Dagmar Vaněčková, Kamila ha fatto da madrina. Tutti nomi che descrivono la comunità del dissenso come «una schiera assolutamente unica di personalità che, in una situazione normale, non si sarebbero mai incontrate, perché di diversa istruzione, passato, fede, orientamento politico, opinioni, esperienze, retroterra o status sociale, ma che erano unite da un’unica cosa: il desiderio di opporsi in qualche modo allo sfacelo della normalizzazione, unito alla necessaria dose di coraggio per compiere quel passo».


(Foto d’apertura: Piazza Carlo a Praga, Patrik Paprika, wikipedia)

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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