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3 Febbraio 2026
Popiełuszko: le ombre di un omicidio che la Polonia non ha ancora dissolto
Quarant’anni dopo la morte del sacerdote simbolo di Solidarność, viene rimessa in discussione la versione ufficiale del suo martirio, rendendolo ancor più cruento. E una domanda interpella la coscienza collettiva: quante verità del passato attendono ancora di essere portate alla luce?

Jerzy Popiełuszko (1947-1984). (youtube)
Le circostanze della morte di don Jerzy Popiełuszko, sacerdote polacco beatificato nel giugno 2010 come martire del comunismo, presentano ancora punti oscuri dopo più di quarant’anni. L’intervista alla pubblicista Milena Kindziuk, uscita a fine gennaio sul portale dell’agenzia cattolica polacca, riapre la questione toccando un tema delicato e ancora vivo nella memoria del paese. Nella conversazione, la Kindziuk riprende le dichiarazioni a lei rilasciate dal procuratore Andrzej Witkowski, che si occupò del caso durante il suo servizio all’Istituto della Memoria nazionale (IPN), e mette in discussione le conclusioni del processo svoltosi a Toruń tra il 1984 e l’85, al termine del quale furono condannati il colonnello Adam Pietruszka, il capitano Grzegorz Piotrowski e i tenenti Leszek Pękala e Waldemar Chmielewski.
La Kindziuk, biografa del beato e docente all’Università Wyszyński di Varsavia, spiega come alcuni elementi – documenti, testimonianze, perizie – rendono ancor più discutibile la versione dei fatti presentata all’epoca, che si basa sulle testimonianze degli ufficiali condannati. Secondo quella versione, don Jerzy Popiełuszko sarebbe stato ucciso la sera del 19 ottobre, subito dopo il rapimento da parte della squadra del Ministero degli interni, e gettato nella Vistola, da cui fu ripescato il 30. Le nuove ricostruzioni suggeriscono invece che il sacerdote sia morto il 25 ottobre, dopo sei giorni di interrogatori svolti con pressioni psicologiche e violenze nel bunker militare di Kazuń Polski.
La dinamica del rapimento, previsto per la mattina del 19 ma poi slittato alla sera, vedrebbe coinvolti agenti del controspionaggio militare (WSW) che da tempo controllavano l’operato degli ufficiali degli Interni finiti sul banco degli imputati: il ministro degli interni Kiszczak, infatti, si fidava di più dei militari, con cui aveva condiviso gran parte della sua carriera.
Quella fatidica sera la Golf su cui viaggiava don Jerzy fu seguita e fermata sulla via del ritorno da Bydgoszcz a Varsavia dalla Fiat 125p dei rapitori, a loro volta seguiti da un’auto del WSW, sulla quale il sacerdote fu costretto a salire con la forza: questo spiegherebbe perché nel bagagliaio della Fiat 125p non sia stata trovata traccia di sangue, nonostante l’autopsia abbia rilevato che il sacerdote fu picchiato a lungo già in questa prima fase. «Se subito dopo il rapimento gli autori avessero avuto intenzione di ucciderlo, lo avrebbero fatto sicuramente in modo più semplice, come succedeva in molti “incidenti stradali” di quell’epoca. Probabilmente il cadavere non sarebbe mai stato ritrovato e non sarebbero state lasciate le tipiche tracce di un atto criminale», ha dichiarato al portale cattolico Niedziela il procuratore Witkowski, il quale ha aggiunto che la versione ufficiale del rapimento «è stata formulata sulla base di una falsificazione dei fatti e si è basata su prove false prodotte durante le indagini e poi accettate arbitrariamente dal tribunale».

Il bunker di Kazuń oggi.
Un altro lato oscuro riguarda la manipolazione dell’autopsia, che si svolse a Białystok e non a Varsavia, in modo da poter controllare meglio l’operato dei medici, i quali peraltro non si sono mai espressi con precisione sul momento del decesso. Uno di loro, il dottor Jóźwik, interrogato anni dopo, ha ammesso che il rapporto fu redatto «come era stato ordinato». Nel 2002, un nuovo team di esperti nominato dall’IPN ha concluso che le funzioni vitali di don Jerzy cessarono tra il 25 e il 26 ottobre.
Il sacerdote era scomodo per il regime, sul portale vaticano della beatificazione si ricorda che «dal 1980 svolgeva il ruolo di cappellano del sindacato autonomo Solidarność, e nelle omelie che teneva regolarmente durante le “messe per la patria”, ascoltate da migliaia di fedeli, non mancava di difendere con coraggio la libertà religiosa e quella di opinione, i diritti umani e la giustizia». Perciò il piano per sbarazzarsi di lui era iniziato prima dell’ottobre 1984: nell’83 era stato arrestato per un paio di giorni dopo che nel suo appartamento la polizia aveva «rinvenuto» – in diretta tv! – materiali compromettenti e un vero e proprio arsenale, e successivamente era stato oggetto di atti di teppismo e minacce. Inizialmente l’intento delle autorità comuniste era quello di suscitare in lui un senso di pericolo, di spaventarlo per indurlo a collaborare. Ma dopo mesi di vessazioni, i tentativi di reclutarlo si conclusero con un fallimento.

Un momento di preghiera davanti alla croce posta sul luogo del rapimento. (youtube)
«Fu nell’estate del 1984 – spiega Witkowski, – che venne presa la decisione di risolvere in modo definitivo il “problema”. Da un lato, si cominciò a sviluppare l’idea di un soggiorno di Popiełuszko a Roma e, con vari mezzi, si fece pressione sul primate Glemp affinché spingesse il sacerdote a partire; dall’altro, Grzegorz Piotrowski, uno dei rapitori, iniziò a fabbricare documenti contro di lui da utilizzare come ultimo tentativo». Il soggiorno a Roma era visto come la soluzione migliore: da un lato lo avrebbe isolato dal suo ambiente, dall’altro i servizi speravano di inserirlo come informatore nella cerchia ristretta di Giovanni Paolo II che lo stimava molto, un risultato che sarebbe sicuramente servito anche al ministro Kiszczak per guadagnare prestigio davanti ai sovietici.
«Il 16 ottobre fu una data decisiva: quel giorno il primate prese la decisione definitiva che padre Popiełuszko non sarebbe partito per Roma, ascoltò le sue richieste e gli permise di continuare la sua missione pastorale a Varsavia. Ma la decisione del primate era inaccettabile per la squadra dell’operazione speciale. Fu quindi avviata la seconda opzione: don Jerzy doveva essere imprigionato nel bunker di Kazuń. Piotrowski ne parla apertamente nelle registrazioni e ha spiegato durante la testimonianza che anche il suo superiore Adam Pietruszka era a conoscenza di questi piani. Dopo il rapimento, il sacerdote sarebbe stato sottoposto a ricatto sulla base di documenti falsi. Se ciò non avesse funzionato e lui avesse continuato a rifiutarsi di firmare l’impegno a collaborare, i suoi aguzzini avrebbero dovuto ricorrere alla tortura fisica». Il 19 ottobre, compleanno di Kiszczak, si avvicinava, e Piotrowski sapeva perfettamente che finalizzare il reclutamento del sacerdote sarebbe stato un regalo eccellente per il compagno Ministro.
Il bunker di Kazuń, oggi semisepolto dalle sterpaglie, è situato nella foresta a nord di Varsavia, sul sito di un’ex base militare sovietica, e qui don Jerzy probabilmente morì dopo le violenze, tra il 25 e il 26 ottobre, per poi essere gettato nella Vistola. Il suo corpo fu recuperato due volte dal bacino idrico di Włocławek: il 26 ottobre in gran segreto fu trasportato all’obitorio della cittadina, dove la salma fu «adattata» alla versione che i rapitori avrebbero dato durante il processo.
Dopodiché il corpo fu rigettato nella Vistola esattamente dove fu «trovato» quattro giorni dopo. «È significativo – ha osservato ancora il procuratore Witkowski – che nella tasca della tonaca del sacerdote siano stati trovate delle banconote, la patente di guida, una sua foto e una convocazione in procura. Un video dell’epoca mostra che, sorprendentemente, questi documenti erano leggibili! Se fossero rimasti in acqua per undici giorni (dal 19 ottobre) anziché cinque, sarebbero stati semidistrutti dall’ambiente fluviale».

Alcuni oggetti personali del sacerdote ripescati dalla Vistola. (youtube)
Quello che la Kindziuk e Witkowski auspicano, in definitiva, è una revisione processuale completa. Non si tratta di dare una diversa interpretazione agli eventi, ma di chiarire una serie di incongruenze che smonterebbero la narrazione costruita dal regime. Accettare la versione di Toruń significherebbe, a suo avviso, prolungare una menzogna, con una forma sottile ma devastante di ingiustizia: dare l’apparenza della correttezza per meglio occultare l’impunità. Oltretutto, se per oltre quarant’anni la Polonia ha creduto a una versione dei fatti costruita dall’apparato di sicurezza comunista, quante altre «verità» sulla storia recente sono in realtà manipolazioni che aspettano di essere smascherate?
La posta in gioco non è solo la correttezza della ricostruzione storica, bensì la giustizia nei confronti di un martire, la possibilità di fare i conti seriamente con il passato comunista e, soprattutto, l’educazione alla verità delle nuove generazioni. Infatti, se accettiamo che in una questione così cruciale si possa chiudere un occhio sui fatti, si rischia di portare intere generazioni a credere che la convenienza sia più importante dell’aderenza alla verità, e questo è in netta contraddizione sia con il messaggio di don Jerzy – il cui martirio rimane indiscutibile, e anzi potrebbe rivelarsi ancora più atroce, – sia con l’ethos della Polonia libera.
(foto d’apertura: il bunker di Kazuń, facebook)
Angelo Bonaguro
È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.
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