Budapest 1956: due voci della Chiesa italiana, un solo grido

20 Ottobre 2026

Budapest 1956: due voci della Chiesa italiana, un solo grido

Redazione

Nel novembre 1956 un parroco della Bassa mantovana e l’arcivescovo di Milano parlano della stessa tragedia in atto in Ungheria. Uno lo fa con il cuore addolorato di chi ha visto gli uomini morire; l’altro meditando, con la lucidità di chi cerca la ragione ultima del male.

Il 23 ottobre 1956, a Budapest, una pacifica manifestazione studentesca venne repressa da un feroce intervento della polizia politica comunista. Gli studenti ungheresi sfilavano in sostegno ai loro colleghi polacchi della città di Poznań, che erano stati repressi qualche mese prima. La violenza della repressione portò in poche ore a una diffusa sollevazione popolare contro la dittatura di stampo stalinista e contro la presenza sovietica in Ungheria; il 25 ottobre, al culmine della rivolta, il Partito Ungherese dei Lavoratori, che governava allora il paese, nominò primo ministro Imre Nagy, che intraprese un percorso di riorganizzazione della vita sociale e politica del paese e concesse gran parte di quanto richiesto dai manifestanti. Il 4 novembre, l’intervento dell’Armata Rossa sovietica e l’inizio della repressione pose di fatto fine alla rivoluzione. Nagy verrà arrestato il 22 novembre e sarà trasferito a Mosca, dove verrà processato, condannato a morte e poi giustiziato il 24 aprile 1958.

La tragedia suscitò varie reazioni nel mondo libero, ma di fatto, la coincidenza con la crisi di Suez (la nazionalizzazione del canale e l’intervento anglo-francese a sostegno di Israele) distrasse l’Occidente e il popolo ungherese venne lasciato solo.

Su una linea completamente diversa si distinsero invece, tra gli altri, alcuni interventi da parte cattolica. A settant’anni dagli eventi e in presenza di una crisi dove la cosiddetta realpolitik sembra di nuovo determinare un disimpegno dalla solidarietà nei confronti dei popoli coinvolti, a favore di meri interessi nazionali, economici e di potere, questi interventi offrono una prospettiva lontanissima da sentimenti bellicisti e nello stesso tempo attenta alle ragioni della solidarietà tra i popoli e alle ragioni ultime, umane e cristiane di questa solidarietà: basti pensare a cosa rappresenta nella storia del movimento pacifista la figura di don Primo Mazzolari, autore del primo intervento, e a cosa rappresenta nella storia della ripresa di un cristianesimo integrale il magistero di san Paolo VI, autore del secondo documento, scritto quando era ancora cardinale di Milano.
Di entrambi gli interventi presentiamo ampi stralci dal libro Budapest 1956, antologia di documenti, a cura di S. Chierici, Itacalibri 2006.
A.D.A.

Budapest 1956: due voci della Chiesa italiana, un solo grido

Viale Rákóczi, Budapest 1956. (Fortepan)

Omelia di don Primo Mazzolari
all’epoca parroco di Bozzolo (MN), 4 novembre 1956

Parlando questa mattina alla prima messa, avevo il presentimento di quello che, proprio in quel momento in cui celebravo, si compiva in Ungheria e particolarmente a Budapest. In una giornata come questa, non ci rimane davanti che il rifugio di questa invocazione: «Dio, abbi pietà di noi; Cristo, abbi pietà di noi». Sono le uniche parole che noi possiamo pronunciare meno indegnamente questa mattina, nella ricorrenza che una volta era festosa e che oggi è tremendamente dolorosa. Noi, che siamo impotenti, noi, che non abbiamo valore nella protesta e neanche nel sacrificio, abbiamo soltanto questa invocazione, che può dire un amen a questo grido, disperato e fraterno nello stesso tempo, di un povero popolo che muore: «Non lasciateci soli a morire».

(…) Se qualcuno di voi, questa mattina, nello strazio di un povero popolo, ha il coraggio di parlare in nome di un partito e in nome di una ideologia, si ricordi che calpesta i morti e calpesta il domani. Perdonatemi, questa non è l’ora di poter tacere quello che è incontenibile nel cuore di un vecchio prete, che conosce tutto lo strazio della guerra e tutto lo strazio che l’odio sta edificando in questo povero mondo che crolla. Perché non è crollata soltanto la nostra certezza, di noi vecchi del ‘14, è crollato anche il mondo che la nostra certezza aveva cercato di costruire in nome dei morti e in nome delle nuove generazioni.

C’è questa Europa che non tiene più, c’è l’Organizzazione delle Nazioni Unite che non tiene più, e voi vedete l’insorgere pauroso di tutti gli egoismi e di tutti i tradimenti. Io non so quale sarà il destino dell’Europa, so, però, qual è il destino incominciato questa mattina per l’Ungheria. Hanno già imprigionato tutti i capi militari e politici; certamente avranno anche imprigionato di nuovo, dopo 4 giorni di libertà, il primo resistente: il cardinale Mindszenty. Chi l’ha sentito parlare non può dire che non abbia detto parole di pace ai russi, prima di tutti. Quello è il destino di un popolo generoso, quella però non è l’ultima parola della storia.

(…) Non è allargando la guerra che si spengono le guerre, non è aumentando i morti e allargando i cimiteri che si mette fine all’ingiustizia e alla prepotenza dell’uomo. Però è umiliante, estremamente umiliante, che il mondo si muova per degli interessi, che ci siano nazioni che si muovano per degli interessi,

che davanti a un popolo che muore non ci sia un’insorgenza generale, violenta nello spirito, non dubbiosa, non ipotecata dai partiti, non sporcata da quelle tristezze che da tanti anni ci impediscono di poter trovare uomini, italiani, cristiani.

Se Dio non esiste, tutto è permesso
Dall’omelia del cardinal Montini durante la messa seguita alla processione di penitenza per i fatti d’Ungheria, Milano 9 novembre 1956

Non occorre che noi illustriamo i motivi di questa nostra cerimonia religiosa; non occorre che ricordiamo i fatti, che tutti abbiamo impressi nell’animo commosso e inorridito, come i bagliori di un tragico incendio; non occorre che cerchiamo le espressioni adeguate per definirli; sarebbe difficile trovarle abbastanza gravi e dolenti. Ma tutto è saputo: tutto è stato detto dal grido straziato dell’opinione pubblica e dalla lucida e tagliente parola degli uomini di pensiero e di governo. Ma appunto perché i nostri spiriti sono percossi dalla visione terrificante della vicenda ungherese sentono il bisogno di meditare in profondità e di esprimere in altezza il valore di questa dolorosa e singolarissima esperienza. Questo significa pregare. Noi preghiamo per l’Ungheria.

In un’ora di abbagliante lucidità razionalista e di stanca capacità a meditare e a penetrare le ragioni supreme dell’essere e del pensiero, l’uomo moderno si sentì gonfiare d’una strana persuasione, che sembrò esaltare la sua coscienza e darle le vertigini delle altezze, e fece sua la rivolta che la parabola biblica chiama insipienza: Dio non è. Mentre questa empietà nasceva nella travagliata e romantica età moderna, il principe dei narratori russi del secolo scorso faceva dire a uno dei suoi noti personaggi: «Se Dio non esiste, tutto è permesso».

(…) Ma perché noi, questa sera, abbiamo il coraggio di denunciare questa onda di oscurità che dal castigo dell’Ungheria si stende sul mondo, vogliamo subito dare testimonianza alla luce, (…) e ancor prima di deprecare le altrui colpe e di piangere sulle altrui sofferenze, sciogliamo la nostra umile e potente confessione al Dio offeso, al Dio dimenticato, al Dio posposto ai tanti idoli terreni; e gli gridiamo la nostra fede, la nostra lode, la nostra obbedienza. Lui proclamiamo principio, Lui riconosciamo fine; Lui, con sant’Agostino, diciamo causa di ciò che esiste, ragione del nostro pensiero, norma del nostro operare.

Ed è questo riconoscimento della Divinità che non solo ci fa comprendere il senso amarissimo dell’iniquità vilmente perpetrata sul piccolo e nobile paese ungherese, ma che ci aiuta a scoprire l’aspetto grandioso e stupendo della sua eroica passione. Non è solo passione; è passione più ideale, è passione più diritto, è passione più fede, oggi, quella ungherese, per cui una sciagura nazionale assurge alla dignità di sacrificio, e proietta nel mondo i raggi di uno spirito invitto: è l’umanità conculcata che appare nel fulgore della sua dignità, è la libertà soffocata che alimenta in ogni spirito l’ansia della sua difesa, è la fede perseguitata che si testifica con l’incoercibile voce del martirio.

Budapest 1956: due voci della Chiesa italiana, un solo grido

Cittadini davanti alla sede del parlamento, Budapest 1956. (Gy. Nagy, Fortepan)

Così, mentre piangiamo e preghiamo, i primi frutti della tragedia magiara già maturano nel mondo. Un altro è questo, e qui lo vediamo: un senso spontaneo e cogente di solidarietà stringe quanti hanno senso di umanità intorno a questo infelice paese. La distanza non esiste più; le differenze di lingua, di razza, di cultura non ci impediscono di patire il suo dramma come se fosse nostro. Anzi vorremmo che questa comunione di sofferenza potesse tradursi in più efficace e benefico contributo di conforto e di salvezza. Incapace ora, questo sentimento di solidarietà, a salvare un popolo da estrema rovina, non è però vano per le sorti dell’umanità.

Una coscienza di unità passa, come brivido salutare, negli animi dei popoli civili; il bisogno di una simultaneità di sentire e di volere sveglia nel cuore delle nazioni un istinto di concordia e quasi una reminiscenza d’un comune e dimenticato patrimonio spirituale.

Da questa passione comune nasce una coscienza comune, una forza comune, una pace comune. Coloro che in questo dopoguerra si sono affannati a creare psicosi collettive e hanno fatto della propaganda la terribile arma della guerra fredda, dovranno stupirsi d’un così universale e sonante coro contrario, che da tutto il mondo si leva per magnificare il sacrificio dell’Ungheria e per deplorarne l’eccidio brutale. Noi dobbiamo essere grati all’Ungheria d’aver risvegliato nel mondo il senso del bisogno e del dovere di schierarsi per il diritto, per la difesa della libertà, per l’omaggio al debole oppresso, per la lealtà dei rapporti civili, per la pace sincera.


(Foto d’apertura: Pesti Srác, Fortepan)

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