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16 Febbraio 2026
Naval’nyj, memoria di un sacrificio
Le discussioni, le analisi, la ridda dei pareri sulla sua eredità rischiano di stendere una coltre di nebbia sul puro fatto, incontestabile, di un uomo che ha liberamente offerto la vita per la verità. Ricordiamo Naval’nyj nel secondo anniversario della morte.
16 febbraio 2026: sono passati due anni dalla tragica morte di Aleksej Naval’nyj e, sperando che tanti almeno se lo ricordino, tutti si chiedono cosa è rimasto della sua testimonianza; e molte saranno le discussioni, anche alla luce della situazione che si è creata in Russia e nel resto del mondo, perché, comunque la si voglia vedere, quella morte è stata un evento che ha interessato tutto il mondo.
Molti si chiedono innanzitutto che cosa è cambiato; e molto diverse saranno le risposte, perché, per certi versi, non è cambiato nulla: l’opposizione è diventata anche meno evidente e clamorosa (certo, la repressione è diventata più capillare) e sono addirittura aumentate le divisioni al suo stesso interno, tra chi è rimasto in patria e chi è emigrato, e poi nell’emigrazione stessa; secondo un copione che l’emigrazione russa aveva già conosciuto subito dopo la rivoluzione del 1917 e che, a ogni modo, ci pare la cosa meno interessante, se si vuole davvero parlare di quella morte e di quel morto.
Molto si discuterà, in effetti, e molte saranno le opinioni, più o meno legittime, ma almeno una cosa resta indiscutibile: la morte di Naval’nyj, in quelle condizioni tremende (in una prigione al Circolo Polare Artico), dopo l’avvelenamento del 2020 e dopo un accanimento processuale e penitenziario che sembra difficile anche solo immaginare (le tre ultime condanne consecutive: a 2 anni e mezzo nel 2021, a 9 anni nel 2022, a 19 anni per «estremismo» nel 2023, con in corso una nuova istruttoria per l’accusa di «terrorismo»; per non dimenticare i trecento giorni in cella di isolamento).
La sua morte, almeno, resta indiscutibile e allora, a prescindere da quello che ne potremo dire noi, suoi commentatori, per poterne parlare e per avere la pretesa di dire noi cosa ne è rimasto, dovrebbe restare indiscutibile quello che per lui era la morte e fu quella morte: non ne possiamo parlare seriamente senza rileggere gli auguri di Pasqua del 2023, a pochi mesi dalla fine:
questo «giorno ci ricorda che non si può disperare, e per quanto sia faticoso, verrà il giorno in cui il male sarà sconfitto e gli uomini di nuovo gli diranno ridendo: “E allora morte, dov’è il tuo pungiglione; inferno, dov’è la tua vittoria?”»,
scrive Naval’nyj citando il canone pasquale di san Giovanni Cristostomo, che per un cristiano dà tutto il senso della morte di croce.
La morte, per come la concepiva Naval’nyj, che aveva la chiarissima coscienza di averla davanti come il destino che il regime gli aveva preparato, non era l’ultima parola sulla vita, ma era inserita nella prospettiva della Risurrezione; ed è allora questo che, indiscutibilmente, ci resta della morte di Naval’nyj: come lui non possiamo essere disperati in questo mondo che sembra aver abolito ogni motivo di speranza.
E tanto meno possiamo essere disperati di fronte a un mondo che è pieno di odio e di rifiuto per l’«altro», perché Naval’nyj ha dimostrato che proprio questo odio può essere superato; la sua morte si colloca nel quadro di un sacrificio volontario di sé affrontato non per odio ma per il bene degli altri, per non «fare altro che aiutare gli abitanti del mio paese, lavorare per i miei concittadini», in un cammino nel quale «nessuno di noi ha il diritto di sottrarsi al tentativo di rendere il mondo un posto migliore»; e può e deve farlo, diceva Naval’nyj, non mandando altri a morire e ad uccidere, ma mettendo in gioco innanzitutto la propria persona, cioè riscoprendo, alla radice della ricostruzione del mondo, il ruolo della scelta e della responsabilità di ogni singolo io.

(IA)
E questo essere disposti ad andare incontro alla propria morte per il bene degli altri si definisce esplicitamente come un passo che l’io compie non per odio, ma per amore, e per un amore estremamente concreto, che non è mai semplicemente il frutto dell’adesione a una teoria. Naval’nyj aveva capito che l’odio consuma innanzitutto chi lo nutre dentro di sé e aveva imparato per esperienza che «se si dà libero sfogo all’odio, quello ti fa fuori, ti divora»; ma Naval’nyj aveva imparato anche che per vincere questa seduzione non bastavano né i buoni sentimenti né le pure teorie o i discorsi astratti, occorreva avere un antidoto più potente, quello di un amore concreto più forte dell’odio: gli occhi dei suoi figli e di sua moglie, che gli dimostravano che nel mondo non esistono soltanto degli «insulsi agglomerati di molecole assemblate in modo casuale». Era un amore assoluto che si radicava in un altro assoluto, quello nutrito da una fame e una sete di giustizia che lui, ateo arrivato tardi alla fede, ritrovava nelle Beatitudini. Senza poter essere trasformata ingenuamente o opportunisticamente in un «capitale politico», questa, però, era per lui «l’idea politica più importante che abbiamo oggi in Russia».
Naval’nyj aveva instaurato così un modo di stare di fronte alle cose, alle persone e al proprio impegno politico che rimandava alla verità ultima: non, come aveva detto con grande chiarezza, a delle «idee che hai nella testa», ma a delle «convinzioni» e dei «principi» per i quali si può anche morire e quindi si può vivere una vita veramente degna.
E al culmine di questa vita, come aveva ripetuto più volte lo stesso Naval’nyj, quel che conta non è che cos’è cambiato, ma se siamo cambiati noi: «Sapete, spesso prima di un meeting chiedono: “Ma questa manifestazione cosa può cambiare?”. Questa manifestazione cambierà noi. Questa manifestazione cambierà quello che direte ai vostri figli e nipoti quando vi chiederanno di questo periodo tremendo».
E allora, se non si vuole negare la realtà di tutto quello che è avvenuto, e sin qui abbiamo soltanto ricordato, si deve concludere che tutto ciò che era essenziale in Naval’nyj, non solo è rimasto, ma è diventato patrimonio della nostra coscienza, nella forma di una vita che, nella sua morte, è stata offerta a tutti.
(Foto d’apertura: SOTA)
Adriano Dell’Asta
Già docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.
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