Ma la speranza, dice Dio, è ciò che mi stupisce

23 Febbraio 2026

Ma la speranza, dice Dio, è ciò che mi stupisce

Volodymyr Misterman

Quarto anniversario per l’Ucraina. Ne parliamo con padre Volodymyr, parroco greco-cattolico che cura i migranti a Varese e Gallarate. Per il suo gregge è fratello, guida e sostegno. Lui stesso si appoggia alla Croce per portare il dolore di tutti.

   «Ma la speranza, dice Dio, è ciò che mi stupisce.
Proprio mi stupisce. Questo mi stupisce.
Che questi poveri figli vedano come stanno andando le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che domani mattina andrà meglio.
Questo mi stupisce ed è davvero la più grande meraviglia della nostra grazia.
E ne sono stupito io stesso.
Ed occorre che la mia grazia sia davvero di una forza incredibile.
E che sgorghi da una fonte, come un fiume inesauribile».
(C. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù)

Sono ormai quattro anni che resistete. Come regge il vostro spirito di fronte a questa pena senza fine?
Quattro anni, e sembra che ogni giorno vada peggio. Ma guardando con gli occhi dei credenti, ogni giorno ci avvicina al giorno desiderato, anche se non ci sembra. Essere così profondamente feriti da questa ingiustizia ci fa male, ma l’unica cosa che ci sostiene è che difendiamo un valore supremo. Perché se non fosse così, io, quando mi sento dire «basta, arrendetevi!», quasi quasi farei come Pietro che ha detto al Signore Gesù: salvati! Ma Cristo gli ha risposto «vade retro Satana». Come se volesse dire «voi tradite il valore della libertà». Se la libertà non fosse un valore supremo da difendere, il crocifisso sarebbe vuoto. E questo ci fa riflettere e resistere, perché vale la pena difendere questo valore supremo.
Si soffre, sì, ma è quello che ci sostiene e che spiega anche il segreto di un popolo che sta ancora in piedi. Tante volte cade in ginocchio ma si rialza in piedi, perché vale la pena vivere liberamente. E in questo noi quasi quasi vediamo realizzarsi il sogno dei nostri antenati che hanno sofferto tantissimo durante la deportazione in Siberia. I nostri sacerdoti, vescovi e fedeli testimoni della fede che attraverso i decenni ci dicono «Adesso tocca a voi. Noi abbiamo sognato questo paese libero, questa Chiesa libera. Adesso tocca a voi continuare a difenderli».

C’è un’obiezione strisciante che si trova anche in ambito cattolico: Lei ha detto che la libertà è un valore fondamentale, ma alcuni obiettano che molte vite umane si potrebbero risparmiare se vi arrendeste. Come possiamo tenere insieme queste due diverse misure: difendere la libertà e risparmiare le vite umane?
Non è una domanda facile. Rimandare la morte o la sofferenza scaricando la guerra sulle spalle dei nostri figli sarebbe irresponsabile. Noi questa guerra dobbiamo finirla, non passarla alle generazioni future. Arrendersi significherebbe solo rimandare una guerra che forse sarebbe ancora più crudele.
Avendo sulle spalle l’esperienza dell’Unione Sovietica, dei campi di concentramento e della grande carestia degli anni ‘32-’33, sappiamo che non si risparmierebbero vite, ma si moltiplicherebbe la sofferenza. Penso che sia anche la paura a guidarci, non vogliamo cadere di nuovo in quella trappola. Abbiamo imparato che i patti internazionali spesso non valgono niente. Chi può fare da garante? Gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Russia stessa ci avevano garantito che non ci sarebbe successo nulla quando abbiamo consegnato le armi nucleari. Ma i fatti hanno dimostrato che non ci si può fidare di chi ha il cuore contagiato dal denaro e dal potere. La carta garantisce, ma la realtà è diversa.

Cosa possiamo fare noi, ciascuno di noi, per affrettare la pace?
Una domanda un po’ complessa, ma nello stesso tempo anche facile, perché in fondo dipende da tutti noi come intendiamo e percepiamo la pace. Se qualcuno pensa che la pace sia la «non guerra» quando non volano i droni e i missili, non c’è sofferenza e non ammazzano, è una cosa. Ma la pace come la intendiamo noi cristiani è molto diversa dalla pace che si sta negoziando adesso. Da sacerdote, da cristiano, direi che dobbiamo fare una cosa molto semplice ma nello stesso tempo impegnativa: accettare la pace che ci è stata consegnata dal Signore Gesù dopo la sua risurrezione. Non a caso papa Leone ha detto come prima frase «pace a voi». Cioè,

questa pace ci è già stata consegnata, non è ancora realizzata ma ci è stata consegnata. Adesso tocca a noi. Come il mondo è stato consegnato nelle nostre mani, così ci è stata consegnata anche la pace del Signore, dalle sue stesse mani segnate dai chiodi. Tocca a noi decidere se la accogliamo o meno.

Penso che per i cristiani questa sia la cosa fondamentale: accoglierla e farla vivere, farla percepire agli altri, affinché capiscano che la pace veramente non è un’invenzione o un’ingenuità, ma la realtà che sta per accadere.

Questo richiede anche una preghiera insistente. Lei ha detto, tempo fa, che di fronte alla guerra mondiale a pezzi, c’è anche la pace a pezzi. Ci può fare qualche esempio della sua esperienza di questa «pace a pezzi»?
Quando per la prima volta ho sentito dire questa frase da papa Francesco, nel 2014, era già iniziata la guerra nel mio paese (anche se non si chiamava così) mi ha provocato tantissimo, mi sono detto «beh, se c’è la terza guerra mondiale a pezzi, vuol dire che può esserci anche la pace costruita a pezzi». In modo invisibile si sta preparando questa pace a pezzi. Ultimamente sempre di più mi accorgo che sta accadendo: si sta costruendo questa pace a pezzi in molti modi e in diversi posti. Anche noi qui adesso stiamo costruendo la pace a pezzi.

Per la prima volta l’ho percepito in modo chiaro quando sono tornato in Ucraina nell’agosto scorso, dopo 4 anni che non ci andavo. Quando una notte alle 2 sentendo le sirene fuori perché si stavano avvicinando i droni e i missili, abbiamo dovuto ripararci in un rifugio antiaereo, là ho visto, ho percepito che questa cosa era reale. Quando infatti vedi i bambini di 2, 3, 4 o più anni, abbracciare i propri genitori nel momento dell’allarme, degli scoppi e della paura, e che in questo abbraccio si addormentano, capisci che in questo mondo la pace a pezzi si costruisce con gli abbracci. Perché nel momento in cui i bambini, nonostante il rumore di fuori, sentivano l’amore nel loro microcosmo recuperavano la pace. Questo cerco di trasmetterlo anche ai miei perché, essendo sposato, so che la pace all’interno del nucleo familiare, all’interno di una comunità e poi, allargandosi, nella società, in un paese e a livello internazionale, si costruisce con gli abbracci. La pace allora verrebbe. O almeno, smetterebbero di sparare, perché la pace poi andrebbe ancora costruita.

Poi ho un altro bellissimo esempio che il Signore mi ha mostrato quando ho visto i nostri volontari preparare i pacchi da spedire al fronte: nei pacchi ci mettono dei rosari per i nostri soldati. È bello perché poi, quando quelli mandano le foto dal fronte per mostrare che il pacco è arrivato, si vede che tolgono il rosario e lo appendono al giubbotto antiproiettile. Coloro che ci credono dicono che il rosario non difende tanto il corpo (anche se succede che il Signore faccia questi miracoli), ma difende il cuore del soldato, affinché non diventi un assassino sul campo di battaglia. È importantissimo che ricordino sempre che sono là per difendere e non per uccidere.

E ancora, ho visto come viene costruita la pace a pezzi ogni volta che vado in giro a raccogliere aiuti dagli italiani. Quando mando decine o centinaia di coperte che servono nelle grandi città, vedo come viene costruita la pace a pezzi. Esistono delle connessioni invisibili tra le persone, tra cuore e cuore, ad esempio quando una famiglia italiana manda la sua coperta a una famiglia sconosciuta perché si scaldi in una casa buia e gelata. Questi collegamenti invisibili tra due cuori sconosciuti sono belli. In modo invisibile sta arrivando questa pace a pezzi. Ogni volta che qualcuno aiuta con medicinali, coperte e altro materiale che viene spedito a persone che sembrano a prima vista sconosciute, nello Spirito e nel Signore già le conosce. Attraverso questo canale invisibile tra persone sconosciute sta avvenendo la pace a pezzi.

Ma la speranza, dice Dio, è ciò che mi stupisce

Don Volodymyr con l’icona donata da un iconografo della Scuola di Seriate «al popolo ucraino», e consegnata al vescovo greco-cattolico di Doneck.

Lei ha il coraggio di parlare della guerra ai suoi figli?
Ai miei figli Giacobbe di 11, Veronica di 9 e Damian di 7 anni, ne parlo tante volte. In famiglia stiamo trasmettendo un messaggio chiaro sulle cose che stanno accadendo. Ma poi con mia moglie abbiamo sentito come pregavano la sera, tutti e tre: pregavano perché il cuore dei russi si converta. Noi spieghiamo loro che viviamo in un paese sovrano e indipendente, che abbiamo la nostra lingua e la nostra storia, che siamo stati aggrediti. Ma loro hanno colto soprattutto il messaggio che la pace avverrà solo quando il cuore di coloro che hanno seminato la morte e ci hanno portato questa sofferenza sarà convertito. Sono grato al Signore che questo messaggio sia arrivato al cuore dei miei bambini e che loro lo abbiano percepito proprio così.

Lei che vive in due comunità di ucraini in Italia, quali bisogni le sembra di vedere tra loro e cosa potremmo fare noi per essere più accoglienti e in ascolto delle loro sofferenze? Gli ucraini si sentono capiti, secondo lei, oppure potremmo fare di più per loro?
Questa domanda risveglia in me la gratitudine. Sono stato in prima persona testimone di un miracolo perché sono arrivato in Italia quattro mesi prima che scoppiasse la guerra. Quando è scoppiata, ho visto fin dai primi giorni e nelle prime settimane un miracolo di generosità, di solidarietà e di vicinanza del popolo italiano. Mi chiedevo quale fosse il segreto di una così grande solidarietà. Penso di non sbagliare se dico che questa solidarietà sia il frutto di cui parlava il Signore: «dai frutti li conoscerete».
Sono i frutti di tanti martiri e santi italiani che, attraverso i secoli hanno seminato bene; ora siamo nell’anno giubilare di san Francesco, e ci sembra di capire che san Francesco, attraverso gli occhi degli italiani, guarda oggi questa sofferenza e ci richiama al fatto che siamo tutti fratelli e sorelle, tutti gli esseri viventi. È bello perché, anche in chi dice di non essere credente o di esserlo poco, sta portando frutto a distanza di secoli ciò che hanno seminato i santi e i martiri italiani.

Bisogna seminare affinché un giorno anche dall’altra parte del mondo questi frutti siano visibili, anche in Russia, dove bisogna seminare ancora molto. Anche la Russia ha avuto tanti martiri, ma 70-80 anni di regime ateo hanno sradicato tutto ciò che avevano seminato.

Di cosa abbiamo bisogno noi ucraini, sia quelli rimasti che quelli emigrati prima o dopo la guerra? Abbiamo bisogno di non sentirci soli. A parte l’aiuto concreto, non ci si sente mai soli quando si è capiti.

Quando sei in un paese lontano dalla realtà della guerra e senti dire «basta, arrendetevi, guardate che i prezzi stanno salendo alle stelle, il petrolio, il gas», ti fa male il cuore. Ti sembra che mettano sulla stessa bilancia la vita umana e il prezzo del gasolio. Questo fa molto male. Sentirsi capiti è fondamentale. D’altra parte, non si può mai capire appieno una persona che viene da una realtà di guerra. Stare al sicuro, al caldo, con tutto a disposizione, non permette di capire chi sta subendo l’ingiustizia e il gelo sotto le bombe. Io augurerei a tutti gli europei di evitare il rischio di essere contagiati dalla propaganda e di verificare le notizie.

Questa guerra nel mio paese è su due fronti. C’è un fronte invisibile nel quale non tutti credono, ma il padre della menzogna è nemico di ogni essere umano e di tutta la creazione di Dio e agisce di nascosto. Magari non tutti credono a questa parte invisibile, ma almeno accettano che si tratti di una guerra ibrida. Questa guerra è stata preparata prima nelle teste degli uomini, in Russia, nel mio paese, in Europa e nel resto del mondo attraverso la propaganda.

Prima che un esercito entri calpestando i confini di un paese sovrano, la guerra viene preparata dalla propaganda. Bisogna stare attenti a non cadere nelle fake news, o nelle verità manipolate. Bisogna sforzarsi di verificare i fatti nel mondo digitale, capire dove, come e perché. È un grosso impegno. Prima di consigliare a qualcuno cosa fare, bisogna capire dove e come vive. Augurerei a tutti, prima di dare consigli a un popolo che difende i propri valori, di capire in che contesto vive, e senza un’analisi storica del contesto in cui è nata la guerra, non si possono capire né la sofferenza, né il dolore, né i motivi per i quali il mio popolo si difende.

La vostra presenza così numerosa di tante comunità greco-cattoliche in Italia è un segno dei tempi, non è semplicemente un frangente di guerra, ma qualcosa di più che può essere una strada anche per noi.
Cosa potrei dire? Forse visto che portiamo sulle spalle l’esperienza di decenni di clandestinità (visto che la nostra Chiesa è stata abolita dal regime di Stalin nel 1946) abbiamo un bagaglio di esperienza spirituale. Penso che il segno dei tempi sia questo: la nostra esperienza per la Chiesa universale può essere un aiuto a prepararsi alla nuova realtà, come avvertiva l’allora cardinale Ratzinger, dicendo che il futuro della Chiesa sarà in piccole comunità vive e autentiche che vivranno una fede vera. Avendo questa esperienza, possiamo dire alla Chiesa universale che l’unica cosa che ci può salvare, là dove la Chiesa è perseguitata dalle ideologie, è la vera fede in Cristo e la fedeltà.

Rimanere fedeli alla Chiesa, al Signore, al nostro battesimo e al sogno di Gesù che tutti siano una cosa sola. Il Signore ha avuto questo desiderio e ci credeva. Perché non dovremmo crederci noi? La fedeltà costa, perché aveva un prezzo celebrare nelle case private rischiando il carcere o la morte, come è successo a molti nostri martiri canonizzati da san Giovanni Paolo II o a numerosi fedeli di cui non sappiamo neppure il nome, e che sono spariti nei campi di concentramento in Siberia.
La libertà costa, la fedeltà costa, ma vale la pena pagare perché ci permette di sentire la presenza del Signore in modo concreto. La testimonianza di fede è la fedeltà. Tradire il sogno del Signore è la cosa più brutta che possa capitare nella vita spirituale. Vedere la divisione tra noi cristiani è come vedere il corpo di Cristo che viene straziato. Il più grande scandalo è la divisione tra i cristiani mentre il sogno dell’unità si realizza attraverso la fedeltà, il sacrificio e il prezzo da pagare.

Ma la speranza, dice Dio, è ciò che mi stupisce

(facebook)

Come far capire a chi guarda la guerra in televisione, stando al caldo, il valore della libertà e della resistenza? Come aiutarli a capire che non è così semplice come dire «facciamo finire la guerra»? Ho incontrato gente, anche ucraina, imbevuta di propaganda. Come trattare gente di questo tipo senza chiudere la relazione, mantenendo il cuore libero e ricordando che sono persone da amare?
Le guerre iniziano e finiscono nel cuore umano. Non saprei come spiegare a chi non vive in un contesto di guerra cosa significhi. Se uno non è disposto a immedesimarsi e non sente il dolore a distanza, che sia per Gaza, per l’Ucraina o per altri conflitti, è difficile convincerlo. Per noi credenti è più facile perché si crea una comunicazione invisibile tra esseri umani. Se non si crea questo collegamento non credo sia possibile convincere nessuno.

Non è facile parlare con chi non ha identità. È quasi impossibile parlare con chi non sa chi è. È la cosa più brutta non avere radici, per cui oggi dici una cosa ma se ti costringono, domani ne dici un’altra. Nei tempi sovietici si è fatto di tutto per sradicare l’identità del mio popolo. La guerra è sorta proprio laddove il regime sovietico e la propaganda hanno lavorato meglio per sradicare la lingua e la storia. Tuttavia, non si può mai chiudere il dialogo; non ci si può chiudere ed essere aggressivi, perché renderebbe l’altro ancora più chiuso.

Ricordo la prima settimana di guerra, quando arrivarono le prime immagini terribili dal mio paese. Sentivo il rischio che l’odio e il desiderio di vendetta mi penetrassero nel cuore. Ma per noi credenti è più facile reagire. Ho chiesto aiuto al vicario episcopale di Varese per organizzare un rosario continuo sul Sacro Monte. Avevo bisogno di uno spazio dove chiedere al Signore la grazia di blindare il mio cuore affinché l’odio non entrasse. E funziona. Di fronte a certe persone, bisogna vedere il contesto in cui sono nate e perché la pensano in quel modo.

In Crimea o nel Donbass tutto era stato sradicato. Non è colpa loro se non capiscono. Io sono nato in un contesto di Chiesa clandestina in Galizia, dove la fede e la lingua venivano tramandate in famiglia nonostante la persecuzione. Per me è stato più facile, per chi proviene da contesti diversi lo è molto meno; tuttavia l’uomo in quanto uomo deve sempre farsi delle domande.

Il modo per vincere l’odio è immedesimarsi nelle sofferenze di Cristo. È stato detto che oggi non basta stare ai piedi della croce, bisogna salirci con Lui. In tutto questo è importante quanto amore mettiamo nelle cose che facciamo?
A differenza di chi ha causato questa tragica pagina della storia, il mio popolo può proporre al mondo la verità attraverso le mani sanguinanti dei nostri difensori e della nostra Chiesa. Non abbiamo niente da dire, se non che per sopravvivere bisogna amare.
A volte piangiamo i giovani soldati sepolti nei cimiteri, ma se guardi con gli occhi della fede vedi tutto diversamente. Vedere un bambino che inizia a camminare e abbraccia la lapide con la foto del papà trasmette il messaggio che la vita non si misura dalla sua lunghezza, ma da quanto amore ci hai messo. Nel cimitero di Leopoli ho colto questa lezione: lo sguardo sorridente di un papà sulla lapide dice al figlio «sono qua perché ti amo». Il comandamento del Signore non è una teoria, è una realtà.

La guerra è un cancro che si diffonde dove ci sono propaganda, odio e paura. Si ferma là dove ci sono cuori che accolgono la pace del Signore. La guerra viene fermata in ogni cuore che rifiuta di essere contagiato. È compito dei cristiani. Per chi non crede è più difficile. Quando la guerra finirà, il compito dei credenti sarà risanare le ferite del mio popolo e del popolo russo. Ci vorranno decenni.

Poi c’è il grande responsabile di tutta questa tragedia. Quali sentimenti prova nei suoi confronti?
Quando penso a Putin e a quel popolo vedo un mondo che si sente orfano e infelice, che cerca di raccontare agli altri che qualcuno gli deve qualcosa. Bisogna sentirsi figli per vivere in pace.


(Foto d’apertura: facebook)

Volodymyr Misterman

Nato a Ternopil nel 1979, è cappellano delle comunità cattoliche ucraine di rito bizantino a Varese e Gallarate e svolge anche servizio come protopresbitero (vicario di zona) del distretto di Milano dell’esarcato apostolico per i cattolici ucraini di rito bizantino presenti in Italia.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI