La santità in questo mondo. La comunità di padre Mečev

12 Gennaio 2026

La santità in questo mondo. La comunità di padre Mečev

Redazione

Mosca, anni Venti. Mentre la rivoluzione travolge la Russia e chiude le chiese, un sacerdote ortodosso, confinato nella sua «tana», continua a guidare una comunità clandestina. Una storia di santità vissuta nel trambusto della grande città, tra persecuzioni e scelte impossibili, raccontata nel libro edito da «La casa di Matriona»-Edizioni Kolbe.

È appena stato pubblicato da «La casa di Matriona»-Edizioni Kolbe il volume «La santità in questo mondo», dedicato alla storia di padre Aleksej Mečev (1859-1923) e della sua comunità nata attorno alla chiesetta di via Marosejka, in centro a Mosca. Qui, poco lontano dalla piazza Rossa e dal palazzo della Lubjanka – il famigerato carcere interno del KGB – sorge una modesta chiesa, inglobata tra altri edifici, storicamente nota come San Nicola «degli aceri», per via degli alberi che un tempo la circondavano. Riaperta al culto nel 1990 dopo le persecuzioni antireligiose dell’epoca sovietica, le sue mura hanno ospitato tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo una straordinaria esperienza di vita spirituale personale e comunitaria, sotto la guida di due santi, i sacerdoti Aleksej e Sergij Mečev, rispettivamente padre e figlio, canonizzati nel 2000 dalla Chiesa ortodossa russa, l’uno come starec e l’altro come martire.

Sullo sfondo dei drammatici eventi che si susseguirono in Russia tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, tra la confusione ingenerata da ideologie materialiste e anticlericali, un giovane sacerdote ortodosso intuì che vivere la santità era possibile anche nella vita di ogni giorno, nel trambusto della grande città, nella quotidianità della vita familiare e lavorativa. La «comunità della Marosejka», che sorse intorno a padre Aleksej e sarebbe diventata un punto di riferimento per moltissimi, nacque dalla fede di un uomo che per anni celebrò ogni mattina nella sua chiesa vuota, senza recriminazioni ma pago dell’amore di Cristo. E in forza di questo amore, purificandosi attraverso il crogiuolo delle prove che non lo risparmiavano, divenne a sua volta sorgente dell’amore misericordioso di Dio.

A narrare la vicenda di padre Aleksej sono due testimoni: la monaca Iulianija, sua figlia spirituale e una dei più grandi iconografi del XX secolo, e Pauline de La Villejégu, una studiosa contemporanea che studiando a fondo la storia della comunità, attraverso documenti e testimonianze, vi ha colto un «segno dei tempi», una preziosa esperienza di santità e di fraternità laicale. I laici formatisi nella «famiglia» di padre Aleksej costituiscono infatti un fil rouge di martiri, testimoni e confessori della fede.

Il figlio Sergej (Sergij) Mečev (1892-1941), laureatosi in storia e filosofia e ordinato sacerdote nel 1919, esercitò il ministero nella stessa chiesa raccogliendo l’eredità pastorale paterna. Arrestato nel 1929 e condannato a tre anni di confino, riuscì a mantenere segretamente i contatti con la comunità. Poco prima dello scadere della condanna fu di nuovo arrestato e condannato a cinque anni di lager. Rimesso in libertà nel 1937, si stabilì a Tver’, dove lavorò in un ambulatorio e continuò a guidare clandestinamente la comunità. Coinvolto in un nuovo processo, nel 1940 si diede alla macchia ma fu rintracciato e fucilato.
Presentiamo un brano sugli ultimi anni di vita di padre Aleksej, da cui emerge tutta la drammatica situazione della Chiesa sottoposta a persecuzione, e la solidità della fede dello starec.


(…) In seguito alla carestia nella Regione del Volga e nella fascia meridionale della Russia, il governo emanò un decreto di confisca dei beni preziosi della Chiesa. Gli ambienti ecclesiastici si allarmarono e sorse la domanda se fosse una cosa ammissibile dal punto di vista della Chiesa.

La questione venne discussa anche nella stanza di padre Aleksej, in presenza di padre Pavel Florenskij e uno dei figli spirituali del padre. Questi era a letto, come ormai per la maggior parte del tempo. Furono esaminati fatti storici analoghi, esempi e scritti dei Padri della Chiesa circa l’inviolabilità delle proprietà della Chiesa, da un lato, e dall’altro la possibilità di usarle a scopo di beneficenza. (…) Giunsero alla conclusione che si poteva cedere tutto, ma bisognava cercare di riscattare i vasi sacri in quanto oggetti direttamente legati alla celebrazione del sacramento dell’Eucarestia. La legge permetteva che fosse riscattato tutto ciò che ogni singola parrocchia desiderasse. Gli oggetti venivano riscattati a peso, in cambio di altrettanto metallo prezioso. (…)

Nella chiesa di San Nicola «degli aceri» la commissione per la confisca dei preziosi arrivò un pomeriggio della primavera del 1922. Quel giorno costò caro a padre Aleksej. Oltre alle proprie sofferenze personali, conoscendo il carattere impetuoso di padre Sergij presente insieme a lui in chiesa, cercava continuamente di calmarlo, di trattenerlo da qualsiasi scatto di indignazione e parole taglienti che, vista la situazione sempre più complicata, potevano solo inasprire e peggiorare le cose, già così difficili. Quando l’operazione si concluse e il camion con le casse sigillate uscì dal cortile, padre Aleksej tornò in casa. In cortile lo attendevano alcune sorelle che lo accompagnarono fin nell’appartamento. Fisicamente e moralmente sfinito, camminava a stento ma era cordiale come sempre e sembrava addirittura tranquillo, benedisse e incoraggiò come al solito quanti lo attorniavano, come se nulla fosse accaduto.

Nel frattempo, la Chiesa era sempre più oppressa da sofferenze e preoccupazioni, che arrivavano fino alla «tana» di padre Aleksej – come chiamava la sua stanza. Arrivavano e si abbattevano sul suo spirito, assediandolo da ogni lato. Fu vietato commemorare durante la liturgia il patriarca, e a questo proposito fu distribuito un modulo che il clero doveva compilare. Alcuni lo firmarono, poi si rivolsero a padre Aleksej piangendo, dicendo di averlo fatto unicamente per i figli e le mogli. «Non posso rovinare con le mie stesse mani la mia famiglia! – disse apertamente uno di loro. – Possibile che il Signore non possa perdonarmi?».

Il libro verrà presentato mercoledì 14 gennaio presso Villa Ambiveri a Seriate (BG); alla serata parteciperanno G. Parravicini, p. L. Renelli, con i messaggi di p. N. Černyšev e di T. De la Villejégu.

Un caro amico di padre Aleksej, padre Konstantin, gli mandò una sua figlia spirituale per sapere cosa avrebbe fatto lui. Questi era a letto, triste. Alla sua domanda e al suo discorso impetuoso, rimase un po’ pensieroso. Poi cominciò a dire cosa volevano ottenere le autorità richiedendo la firma su quel modulo. Senza irritarsi o accusare nessuno, come sempre, cercava di smussare tutte le asperità delle domande, indicando come intenderle e aggirarle. Con le lacrime agli occhi le raccontò di quelli che erano venuti da lui pentiti, e di come li avesse accolti e confortati. Aggiunse che la moglie di padre Konstantin aveva una salute assai cagionevole: «Cosa sarebbe di lei e dei figli senza di lui?». Il volto di padre Aleksej tornò a rattristarsi e gli occhi gli si riempirono ancora di lacrime. «Che firmi – dichiarò categoricamente – e venga da me di persona. Ne riparleremo».

«E Lei, padre, cosa farà?». А questa domanda si voltò dall’altra parte, arrossì e, senza guardarla, cominciò a parlare della situazione della Chiesa, difficile e talvolta disperata, in cui qualcuno doveva cedere per salvare almeno qualcosa e qualcuno, e altri andare volontariamente incontro al martirio. Poi si interruppe di colpo, sollevò la testa, il suo volto si trasfigurò, gli occhi si fecero scuri e profondi e, come in una vampata di fuoco interiore, con una voce piena d’amore e di compassione disse: «Io non posso esigere da loro il martirio. Dio non me l’ha chiesto. Io invece… quanto a me… Il mio compito è diverso… speciale… Io sono solo, nella mia “tana”. Posso decidere solo per me, non ho nessuno sulle spalle. Io non firmerò», concluse sordamente. (…)

Nel 1922 padre Aleksej riuscì ad andare a Vereja1 solo a metà estate. Tornò come sempre ad agosto. A Mosca lo attendeva un nuovo dolore. Due dei sacerdoti che celebravano nella sua parrocchia – padre Sergej Durylin e padre Pëtr Konstantinov – erano stati arrestati e allontanati da Mosca. L’ansia cresceva, ci si aspettava qualche nuova sventura. Molti erano scoraggiati.

«Che fare ora, padre?». «Che fare? Voi tutti dormite… mentre è tempo di vegliare. È venuto il tempo di professare la propria fede. Sono periti uomini molto più degni di me. Forse toccherà anche a me… Io sono pronto, ma voi… voi cosa farete?». Poi, per confortare un po’ i suoi interlocutori abbattuti, aggiungeva: «Su, Dio è misericordioso. Penso che ce la caveremo… Ma bisogna pregare di più, essere migliori».

Ad autunno inoltrato, padre Aleksej fu convocato alla GPU2. In sua assenza, padre Sergij e tutti i figli spirituali che vivevano nei pressi della parrocchia pregarono ardentemente per lui in chiesa. Al padre venne chiesto, tra l’altro: «Lei padre è ormai vecchio, la vita va avanti, in chiesa ci vanno solo le vecchiette, i fedeli sono sempre meno. Come spera di trovare un ricambio, da dove prenderete nuovi sacerdoti?».

Padre Aleksej rispose: «Credenti non si nasce, si diventa. Saulo, ad esempio, che perseguitava la Chiesa di Dio, poi si è convertito ed è diventato l’apostolo Paolo. Si può diventare credenti in un solo istante. Forse verrà il giorno in cui anche Lei crederà in Dio, vorrà farsi sacerdote e verrà da me, e io la raccomanderò a sua santità il patriarca».

Padre Aleksej fece ritorno. Ma il ricevimento dei visitatori si interruppe. Si diceva a tutti che il padre era malato e non riceveva. Venivano ricevuti solo quelli che lui stesso mandava a chiamare. (…) «Hanno rinchiuso l’orso nella sua tana – diceva. – Non posso celebrare. A volte, di nascosto… È dura, oh com’è dura! Ma di che mi lamento io che sono anziano. L’importante è non far danno alla chiesa. Perché, se la gente mi vede… sapete cosa sono capaci di fare “quelli” alla chiesa, per una cosa del genere. La mia chiesa è piccola, ma sarebbe un peccato se la chiudessero… Tanti ne hanno bisogno. La chiesa… ciò che conta è la chiesa», diceva, guardando la chiesa dalla finestra con tanto affetto e nostalgia. «Dev’essere per i miei peccati», aggiungeva pensieroso. (…)

Il 25 dicembre 1922, il giorno di Natale, al mattino presto morì padre Lazar’. La sera, dopo il funerale, tutti furono accolti in casa da padre Aleksej. (…) Il padre disse che Lazar’ era come «grano maturo», e il Signore prende con sé ciascuno cogliendolo nell’ora migliore della sua vita, quando per la persona sopraggiunge il momento più adeguato per entrare nella vita eterna. Parlò anche dello zelo di padre Lazar’ per la preghiera, uno zelo che oltrepassava le sue forze fisiche, della sua umiltà e obbedienza, grazie alle quali era maturato così rapidamente per l’eternità. Parlando di Lazar’, padre Aleksej si congedava lui stesso da tutti, dicendo che era l’ultimo Natale che passavamo insieme, che la sua dipartita non era lontana. Ma sembrava così inverosimile che non ci credemmo fino all’ultimo. Troppo bene la sua presenza faceva alle nostre anime, anche se ora lo vedevamo tanto raramente.


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Pauline de La Villejégu – Monaca Iulianija
«La santità in questo mondo». Padre Aleksej Mečev e la sua comunità
pp. 196 • con inserto fotografico • € 14,00
Edizioni Kolbe – La Casa di Matriona, 2025

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