Benedetto e Sergio, due padri

30 Gennaio 2026

Benedetto e Sergio, due padri

Sergij Filippov

San Benedetto spiegato da un monaco ortodosso è qualcosa che tocca la radice stessa dell’unità tra le nostre Chiese. La stessa sete di Dio, lo stesso amore per l’uomo, la stessa immanenza alla storia.

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento di padre Sergij Filippov, igumeno ortodosso che insieme a monsignor Pezzi, durante il festival «Luogo d’incontro» alla «Biblioteca dello spirito» di Mosca ha presentato la mostra su san Benedetto e san Sergio di Radonež «Innamorati di Dio, costruttori di pace». Entrambi i santi, in due diversi contesti storici, hanno sperimentato il crollo di un’epoca e delle sue certezze. Nel rapporto personale con Cristo, unica certezza ragionevole e stabile, hanno contribuito a costruire un mondo nuovo. L’incontro non è stato solo un’occasione di dialogo ecumenico, ma anche un aiuto a vivere il «cambiamento d’epoca» in cui ci troviamo, secondo la definizione di papa Francesco. Filippov sente la tradizione orientale e occidentale non come due mondi incompatibili ma come due aspetti della multiforme, originaria unità della Chiesa e del mondo.

Vorrei cominciare da un evento molto recente, grazie al quale ho conosciuto monsignor Pezzi. Si tratta di un progetto legato a san Benedetto da Norcia, che nel 2017 ha dato origine a un dialogo fra il monachesimo ortodosso e la tradizione cattolica benedettina, un progetto scaturito da rapporti personali.

Durante una mia visita in alcuni paesi europei, a cominciare dall’Italia e dall’Austria, dove ho conosciuto i monaci benedettini, attuali portatori di questa tradizione, ho potuto fermarmi nei loro monasteri e vedere la loro vita da vicino. Allora ero già monaco e sacerdote, ma ancora agli inizi del mio cammino, cominciato negli anni ‘10 del 2000. In quell’occasione ho potuto constatare che ci sono molte cose che ci uniscono, e non solo in particolari periodi storici, grazie alle figure di santi vissuti mille anni o vari secoli fa, figure tanto belle nelle immagini ma che a volte a noi sembrano dei modelli di vita non applicabili alla nostra realtà. Invece, mi sono accorto che proprio la loro immagine, la loro vocazione e quella dei loro discepoli, sono ancora attuali. Ci sono persone che la seguono indipendentemente dai luoghi in cui vivono, in Occidente come in Oriente, indipendentemente dalla loro posizione sociale, dalla loro origine, dalle circostanze politiche.

Proprio l’aver conosciuto i portatori viventi della tradizione benedettina mi ha spinto a farla conoscere anche ad altri. Naturalmente abbiamo cominciato dal fondatore. Nel 2018 il nostro monastero ha pubblicato un libro su san Benedetto scritto da Ol’ga Golosova, a cui ho contribuito anch’io. Il libro, purtroppo o per fortuna, è quasi del tutto esaurito, ma desidero che prosegua il lavoro di conoscenza reciproca fra le nostre due tradizioni monastiche. Alla pubblicazione di questo libro hanno partecipato anche i benedettini italiani di alcuni monasteri, femminili e maschili.

Quanto al progetto, ha lo scopo di mettere in contatto le due tradizioni, di far conoscere a noi ortodossi i santi occidentali che nel nostro paese sono stati dimenticati. Infatti,

san Benedetto era ampiamente venerato in Russia prima delle invasioni tataro-mongole, quando i contatti con l’Occidente erano molto intensi.

Avevamo delle chiese dedicate a san Benedetto da Norcia, una di queste si trovava nel Nord-Ovest della Russia, nella zona di Novgorod, ma non si è conservata. Molto spesso san Benedetto veniva raffigurato nella pittura murale, nell’iconografia, e il suo nome era presente in alcune preghiere particolarmente importanti, come quella della proscomidia (la preparazione del pane e del vino per la consacrazione – ndr), tipica della tradizione ortodossa, in cui vengono commemorati i santi secondo l’ordine degli apostoli, dei monaci, ecc. Fra i santi monaci c’era anche Benedetto da Norcia, uno dei pochi asceti.

Inoltre, i primi discepoli dei santi Cirillo e Metodio che evangelizzarono i popoli slavi a partire dalla Moravia, tradussero i Dialoghi di san Gregorio Magno, compreso naturalmente il passaggio con la Vita di san Benedetto. Il santo fu conosciuto sia per questa ragione, sia grazie ai menologi (raccolte di testi agiografici – ndr) che contenevano notizie di questo grande asceta. Infine, vorrei osservare che attualmente esistono anche dei monasteri ortodossi della Chiesa di Antiochia che vivono secondo la Regola di san Benedetto, e anche negli Stati Uniti ci sono due monasteri ortodossi che la seguono.

Benedetto e Sergio, due padri

Un momento della presentazione della mostra durante il festival «Luogo d’incontro». (youtube)

Le radici comuni del monachesimo

Parlerò brevemente della vita del santo. Da un lato è molto complesso fare un paragonare fra san Benedetto e san Sergio, perché hanno vissuto a mille anni di distanza l’uno dall’altro. Dall’altro, è molto semplice, perché in un certo senso appartenevano alla stessa tradizione monastica, che in Occidente ha avuto inizio dal monachesimo orientale. San Giovanni Cassiano trascorse parte della sua vita in Oriente, dove assimilò la tradizione monastica di quelle terre, e la Regola di san Benedetto si basa anche su quella di san Basilio il Grande.

Si può dire quindi che Giovanni Cassiano e Basilio il Grande siano stati i maestri di san Benedetto. Sebbene lui ovviamente non li conoscesse direttamente e non li avesse mai visti di persona, la sua esperienza spirituale si basava sulla loro tradizione. Ma entrambi i santi vissero in periodi «torbidi». Certo, nella storia della Russia esiste un periodo detto propriamente «dei torbidi» con dei limiti temporali ben precisi. Ma l’espressione «periodo dei torbidi» nel nostro caso indica non tanto un concetto storico quanto piuttosto ontologico, come l’epoca in cui visse Benedetto, che nacque [nel 480], quattro anni dopo la caduta di Roma.

Fu un momento travagliato e incerto nella vita di chi aveva vissuto per secoli sotto il solido potere dell’Impero romano, che un tempo si era diffuso in terre lontane ma in quel momento stava crollando. Non si trattava di un’incertezza esteriore, anche se questo aspetto certo non mancava. Ognuno cercava di procurarsi la sua fetta di potere, di occupare un posto preciso nel mondo che si andava formando, ma l’oscurità e l’incertezza erano dentro le persone. Ciò favorì, tra l’altro, la nascita e lo sviluppo dinamico della tradizione monastica, nella misura in cui la gente comprendeva di non avere attorno a sé stabilità, sicurezza, né chiarezza sulla direzione da prendere, a parte il fondamento che stava e deve stare alla base della vita di ogni cristiano, cioè Cristo.

Noi costruiamo quando edifichiamo nuove mura sul fondamento che è Cristo stesso, la pietra che non ci fa deviare né a destra, né a sinistra.

Benedetto e Sergio, due padri

Icona di san Sergio di Radonež (cappella della Trasfigurazione, Fondazione Russia Cristiana).

È quanto accadde a molti giovani ed anche a Benedetto, che inizialmente era stato mandato dai genitori a studiare [a Roma], dove acquisì molte conoscenze, che però non lo soddisfacevano, così si ritirò in un luogo deserto e iniziò una forma di vita eremitica. Anche Sergio aveva ricevuto una buona istruzione, che però non riuscì ad assimilare perché non voleva servirsene nel mondo. Capiva infatti che il mondo era immerso nel peccato, da cui non voleva farsi inghiottire perciò anch’egli si ritirò in un luogo deserto, nelle foreste di Radonež, dando inizio alla sua vita eremitica. Ma il tesoro di san Benedetto e di san Sergio non rimase nascosto, e la loro fama cominciò a diffondersi. Arrivarono prima alcune persone, poi altre, la gente cominciò a stabilirsi nei dintorni, e si formarono delle comunità.

Tuttavia, nella vita di entrambi i santi non mancarono i problemi.  Vi furono tentazioni, prove e attacchi anche da parte degli stessi confratelli. Infatti, anche se Sergio fu sin dall’inizio il fondatore di una comunità monastica per quanti si unirono a lui, non gli furono risparmiate le prove. Forse conoscete l’episodio in cui Sergio, volendo guadagnarsi da mangiare col proprio lavoro di falegname, costruì l’antiporta della cella a un monaco che lui stesso aveva consacrato e che era suo discepolo. Questi lo ricompensò con un pezzo di pane ammuffito che gli spiaceva buttare, anche se il santo aveva dovuto trascinare delle pesanti assi di legno. Fece questo al suo padre superiore, e l’episodio la dice lunga sull’umiltà di san Sergio. Un’altra volta i suoi confratelli si sollevarono contro di lui e lo scacciarono dal suo stesso monastero, oggi Lavra della Trinità e di san Sergio. Lui se ne andò e ne fondò un altro.

Anche nella vita di san Benedetto accadde un episodio analogo. Un gruppo di monaci invitò lui, eremita, a diventare abate della loro comunità, che già esisteva ma non era molto stabile, né spiritualmente florida. San Benedetto cominciò a introdurvi alcune norme monastiche molto rigorose e obbligò i monaci a seguirle. Ai confratelli ciò non piacque e decisero di avvelenarlo. Gli portarono un calice di vino in refettorio, il santo lo benedisse come qualunque cibo o bevanda gli veniva presentata, il recipiente si ruppe e ne fuoriuscì il vino avvelenato. Il santo capì quanto era accaduto e se ne andò dal monastero.

In seguito, in quella stessa zona, a nord di Roma, non lontano da Subiaco, fondò dodici monasteri con dodici monaci ciascuno, ciò nonostante, il posto non bastava per accogliere tutti quelli che volevano entrare. Era una sorta di repubblica monastica. Alla fine, Benedetto si ritirò nel monastero oggi più noto, quello di Montecassino, a sud di Roma, che a breve celebrerà i 1.500 anni di fondazione.

Cittadini del Cielo

Benedetto e Sergio, due padri

Icona di san Benedetto (cappella della Trasfigurazione, Fondazione Russia Cristiana).

Racconto tutto questo per spiegare che la vita di un monaco, se resta legata a ciò che è terreno, ne viene risucchiata come da una palude. È molto interessante in questo senso una frase della mostra: «uscire dal mondo per riguadagnarlo», il mondo in quanto immerso nel peccato, nell’esteriorità, in potere del diavolo. Chi abbandona questa condizione di peccato acquista la pace interiore, e proprio per questo diventa cittadino della città celeste. Anche la vita del monaco è immersa nelle preoccupazioni terrene, ed è ciò che sentivano molto intensamente san Benedetto, san Sergio e altri asceti, cioè che la vanità e l’esteriorità possono violare quel silenzio di cui ha parlato così bene monsignor Pezzi. Se la pace interiore viene turbata, la persona diventa come un criceto che gira nella ruota, tutto preso dalle sue preoccupazioni terrene. Tuttavia, nella tradizione monastica esiste anche un’altra immagine, quella che rappresenta la vita del cristiano (non solo quella del monaco) sulla terra come una ruota, che gira toccando la vita terrena in un solo punto, mentre tutto il resto aspira al cielo.

Lo vediamo molto bene nella vita di san Benedetto che, non essendo legato a ciò che è terreno, riuscì con facilità ad abbandonare il monastero che non lo aveva accolto e la comunità che lo aveva scacciato. Non serbava rancore, non si offendeva, capiva che il Signore lo stava conducendo verso nuovi orizzonti, nuove scoperte. Proprio l’aver abbandonato il monastero da cui era stato scacciato fece sì che egli fondasse il monastero di Montecassino, che è stato alla base di una tradizione monastica tanto solida. Qui san Benedetto diede forma alla regola che aveva cercato di introdurre in comunità monastiche preesistenti.

Dentro la storia

È interessante anche un’altra caratteristica della vita di san Benedetto, che lo accomuna a san Sergio: entrambi, vivendo sia la dimensione spirituale che quella materiale, fisica, favorirono la crescita e l’edificazione spirituale del potere temporale. San Benedetto incontrò il re barbaro Totila, un uomo molto crudele. Questo incontro influì positivamente sul sovrano, che mitigò il suo modo di governare e di trattare i popoli conquistati, e diventò più clemente. San Sergio cercò di riconciliare alcune stirpi principesche in lotta fra loro, e quando si trattò di liberare la sua terra dal giogo tataro-mongolo, benedisse il principe Dimitrij Donskoj prima che andasse in battaglia.

Un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi, è il contesto storico. Sia Sergio che Benedetto vissero in epoche in cui non c’erano prospettive né chiarezza: il vecchio mondo era finito, quello nuovo non era ancora stato costruito, ed entrambi i santi contribuirono attivamente a edificarlo. Se in Occidente si conservarono la cultura, le arti e i mestieri è merito sotto molti aspetti proprio di san Benedetto e dei suoi discepoli, cioè delle prime comunità monastiche fondate durante la vita del santo.

Benedetto e Sergio, due padri

Veduta del monastero della Trinità di san Sergio oggi. (pexels/Olga Petrova)

I monasteri contribuirono così a conservare la tradizione, i mestieri e l’agricoltura, perché il motto dei benedettini è «prega e lavora», a cui si aggiunge un altro precetto non scritto, «studia», cioè conosci il tuo cuore, studia le sacre scritture e in base a queste costruisci la tua vita, per accordare il tuo cuore alla legge di Dio. Un altro aspetto importante fu la trascrizione dei manoscritti, dei libri e delle cronache che avveniva negli scriptoria dei monasteri benedettini. Tutto questo fu possibile perché Benedetto, che proveniva dall’antica tradizione romana, riuscì a innestarla nei suoi monasteri grazie a una disciplina precisa, alla regola cenobitica.


(Immagine d’apertura: un momento della presentazione della mostra durante il festival «Luogo d’incontro». (youtube)

Sergij Filippov

Sergij Filippov, ieromonaco ortodosso, igumeno del monastero di San Giovanni Battista nel villaggio di Sumarokovo, regione di Mosca, fondazione del monastero moscovita Novospasskij.

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