Padre Aleksandr Men’: dire Cristo sotto il giogo totalitario

12 Maggio 2026

Padre Aleksandr Men’: dire Cristo sotto il giogo totalitario

Ioann Guaita

Come tenere insieme fedeltà alla Chiesa, condanna del dispotismo e missione evangelica, senza cedere né al compromesso né all’opposizione pubblica. Stralci dall’intervento al Convegno della Fondazione Russia Cristiana dedicato a «Dire Cristo in tempi di guerra».

Tra le personalità di rilievo della Chiesa russa del XX secolo, padre Aleksandr Men’ si distingue per aver saputo conciliare la sottomissione alle autorità antireligiose dello Stato sovietico con la ferma condanna, implicita o esplicita, del totalitarismo stesso.

Come si sa, il revisionismo storico è una costante di tutti i regimi totalitari. In Russia è in corso attualmente una revisione completa della storia, comprendente la negazione dei crimini contro l’umanità del GULag e del terrore staliniano. In questa generale menzogna, che si impone grazie al silenzio della maggioranza, viene rivisitata anche la figura di Aleksandr Men’. Alcuni suoi timorosi discepoli si affrettano a sostenere che il padre, «non interessandosi di politica» perché occupato a predicare il vangelo e costruire la sua comunità, non si sarebbe opposto al regime totalitario. Certamente padre Aleksandr, da sacerdote, riteneva suo primo dovere quello di essere missionario. Tuttavia, parte della missione stessa e della testimonianza cristiana era per lui il giudizio chiaro di ogni forma di violenza e dispotismo.

Cresciuto nella Chiesa ortodossa «delle catacombe», da adulto padre Aleksandr scelse di ricevere l’ordine sacerdotale nella Chiesa ufficiale, tollerata dalle autorità sovietiche che, necessariamente, doveva trovare un modus vivendi con esse. Dopo aver avuto diversi problemi con il KGB, gli fu proposto di lasciare il paese. Ciò sarebbe stato molto probabilmente possibile, considerate le sue origini ebraiche e la sua notorietà. Tuttavia decise di non emigrare. Entrambe le scelte erano dettate da realismo e dalla coscienza di poter fare molto più bene ai suoi concittadini nella Russia sovietica, proprio dall’interno della Chiesa riconosciuta dalle autorità comuniste.

Pienamente cosciente da un lato delle forti limitazioni imposte dalle autorità statali alla Chiesa, e dall’altro della tentazione di un eccessivo servilismo da parte delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti del potere sovietico, padre Aleksandr rimaneva estraneo sia al compromesso che all’opposizione ostentata. Ordinato negli anni ‘60, fino al suo martirio nel 1990, come pastore e intellettuale è sempre stato ai margini della legalità, organizzando una comunità numerosa e attiva di credenti che si riuniva per parlare della fede fuori dalla Chiesa e dalle funzioni liturgiche, pubblicando i propri libri all’estero, frequentando gli ambienti di intellettuali e dissidenti. Convocato e interrogato innumerevoli volte dal KGB, non partecipava a quelle azioni pubbliche della dissidenza che gli avrebbero precluso la possibilità di continuare il suo ministero. D’altra parte, il suo giudizio nei confronti del potere sovietico e dell’ideologia era sempre netto e cristallino.

Padre Aleksandr Men’: dire Cristo sotto il giogo totalitario

(alexandermen.ru)

Nella sua opera fondamentale, una biografia di Cristo pubblicata anche in italiano col titolo Gesù, Maestro di Nazareth, ci offre una descrizione della fine delle libertà democratiche nella Roma antica, che sembra ritrarre quanto succede nella Russia di oggi:

«La trasformazione di Roma in un impero iniziò intorno al 200 a.C., in seguito alla vittoria sulla sua principale rivale, Cartagine. Tuttavia, la potenza militare si rivelò deleteria per il sistema repubblicano in Italia. Troppi territori dovevano essere tenuti sotto controllo e l’esercito era diventato troppo influente perché gli elementi democratici del governo potessero sopravvivere. Attraverso promesse, coercizione e corruzione, i dittatori ridussero silenziosamente a zero la maggior parte delle libertà politiche. La Repubblica fu soffocata e Roma si avviava a tutta velocità verso la tirannia.

Dopo le guerre civili e il sanguinoso terrore degli anni 30 a.C., il nipote di Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, instaurò senza difficoltà un governo autocratico. Secondo Tacito, Augusto, “autoproclamatosi console e fingendo di accontentarsi del potere di tribuno per la tutela dei diritti del popolo, conquistò dapprima i soldati con la sua generosità, la folla con la distribuzione di grano e tutti gli altri con i vantaggi della pace. Poi, appropriandosi gradualmente del potere, iniziò a sostituirsi al senato, ai magistrati e alle stesse leggi”.

Se Giulio Cesare aveva già bandito tutte le unioni e le organizzazioni, anche le più innocue, il regime di Augusto arrivò a fare della costante sorveglianza dei cittadini una questione di principio. Facendosi passare per democratico, Ottaviano teneva sotto continuo controllo ogni potenziale fonte di malcontento. Una rete di spie ben sviluppata assolveva egregiamente a questo scopo. Tuttavia, molti ritenevano che l’assolutismo fosse un prezzo ragionevole da pagare per la tranquillità, la stabilità e una pace internazionale duratura».

(…) Altrettanto chiaro per Aleksandr Men’ era che la tolleranza, l’apertura al diverso da sé, ben prima di essere tesi propugnate dal pensiero liberale, spesso poste in contrasto con le posizioni integraliste della Chiesa, affondano le loro radici nel Vangelo di Cristo. «Anche quando molti cristiani – scrive nell’epilogo della sua biografia di Gesù – hanno dimenticato “di che spirito” erano, e il loro tradimento dei comandi del maestro ha armato contro la Chiesa una moltitudine di nemici, il vangelo, in modo a volte impercettibile, continuava ad agire nelle persone. I più alti ideali umani di giustizia, fratellanza, libertà, abnegazione e dedizione agli altri, la fede nella vittoria finale del bene, il valore della persona umana, in una parola, tutto ciò che si oppone alla tirannia, alla menzogna e alla violenza, attinge, sia pure a volte in modo inconsapevole, alla fonte dell’acqua viva evangelica».

Padre Aleksandr Men’: dire Cristo sotto il giogo totalitario

(alexandermen.ru)

Il cambiamento della politica dello Stato sovietico nei confronti della religione e delle Chiese avviene all’alba dei festeggiamenti del Millennio del battesimo della Rus’, nel 1988. Aleksandr Men’ sarà ucciso il 9 settembre 1990. Nei due ultimi anni di vita, fu il primo a cavalcare con enorme successo l’onda di apertura e autocritica della perestrojka di Gorbačev, partecipando a innumerevoli dibattiti e tenendo frequenti conferenze e lezioni pubbliche ovunque fosse possibile. A conclusione di queste lezioni spesso rispondeva alle domande del pubblico. Uno degli argomenti più spesso affrontati era quello dell’atteggiamento del cristiano riguardo al potere statale autoritario. È interessante anche oggi rileggere queste risposte improvvisate a domande impreviste, per coglierne sia l’intuizione profetica che la nuova, bruciante attualità.

Un partecipante a una di queste lezioni, rifacendosi all’adagio dell’apostolo: «Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio» (Rm 13, 1), chiese al padre se anche un regime totalitario dovesse essere considerato dai credenti «autorità da Dio». Ecco la sua risposta: «Che cos’è l’autorità? È il principio del governo legittimo dello Stato. L’autorità viene da Dio, perché l’anarchia, il caos, viene dal diavolo. Il caos porta al risveglio e alla liberazione degli istinti umani più indomiti. Ma fino a che punto il potere corrisponde al principio stesso dell’autorità? In quale momento da autorità diventa illegalità, abuso? Ognuno può valutare questo secondo i propri criteri morali. La Sacra Scrittura ci dà in merito un’altra indicazione. Gli Atti degli apostoli testimoniano che quando la legge è violata dalle stesse autorità bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (5, 29). Se l’autorità si trasforma in illegalità, essa non è già più autorità, ne è una caricatura, una cupa parodia, una manifestazione grottesca di se stessa». 

Al tramonto dell’epoca sovietica, padre Aleksandr condivideva l’entusiasmo di buona parte dell’intelligencija nei confronti della perestrojka. In maniera molto lucida, Men’ preconizzava un cambiamento lungo e difficile: «A dir la verità, questo cambiamento è cosa molto difficile! È come curare una malattia ormai cronica. Presa in tempo, la malattia, in genere, può essere vinta facilmente. Ma quando diventa cronica (e nel nostro paese è una malattia di generazioni), è difficile affrontarla. (…) Ci vorrà molto lavoro morale, credo, di più di una generazione. Ma se non ci mettiamo all’opera subito, se tutti in qualche modo non parteciperemo a quest’impresa, allora i nostri figli ricadranno in questa stessa trappola, i nostri nipoti finiranno nelle stesse reti». L’evidente carattere profetico di questa previsione rende superfluo ogni commento.

L’analisi che padre Aleksandr faceva dei traviamenti del potere sovietico e degli abusi di autorità del regime era severa, spietata e inequivocabile: «Nel nostro paese abbiamo avuto perversioni del principio di autorità, manifestazioni patologiche del potere, pesanti e dolorose per milioni di persone. (…) Il male, secondo il più alto ordine morale universale, genera nuovo male. Nel lager delle isole Solovki c’era un poster che diceva: “Con polso di ferro porteremo l’umanità alla felicità!”. Proprio questo “polso di ferro” ha avuto conseguenze gravissime. Quando qualcuno si assume il diritto di portare gli altri di forza da qualsiasi parte, anche alla felicità, vuol dire che questo qualcuno ha già oltrepassato la linea oltre la quale inizia la catastrofe».

Parole forti che, purtroppo, oggi riassumono un’attualità inquietante. Nel dialogo a conclusione della stessa lezione, qualcuno gli chiese se madre Marija Skobcova1 avesse avuto ragione e se il suo impegno politico non fosse stato in contraddizione con le parole di san Paolo circa la sottomissione alle autorità costituite.

«Penso che madre Marija abbia avuto ragione – rispose il padre. – Parlando della sottomissione alle autorità, san Paolo si riferisce all’importanza per la società umana del principio di legalità. Perché la violazione della legge porta a una successiva violazione della legge e così via, quindi la società inizia a disgregarsi. Pertanto, ovunque sia possibile, l’autorità che si basa sulla legge deve essere rispettata. Naturalmente, quando coloro che hanno usurpato il potere agiscono in violazione di tutte le leggi, la singola persona deve difendere la vera legge e la vera autorità. Perciò, sia quelli che hanno resistito ai nazisti, che quelli che durante lo stalinismo, per quanto possibile, hanno difeso il diritto e la libertà, avevano ragione davanti a Dio. “Non c’è autorità se non da Dio” – ma ciò è detto di quell’autorità che mantiene l’ordine previsto dalla legge».

Alla domanda se il singolo deve opporsi individualmente al male, rispose «sì, deve. Personalmente sono convinto che di questo rispondiamo noi, perché proprio il genere umano è stato posto a lottare col male universale.  E la ribellione contro il male è insita in noi. Se è vero che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno (1Gv 5,19), non sono però gli elefanti o le scimmie ad averne coscienza, ma l’uomo. L’uomo è chiamato a lottare col male».

Padre Aleksandr Men’: dire Cristo sotto il giogo totalitario

(alexandermen.ru)

(…) Circondato dalla violenza – chiese un’altra persona, – o in mezzo ad abusi continui da parte di chi detiene il potere, è sufficiente per il cristiano astenersi dal partecipare personalmente a questi mali? Oppure, anche non partecipandovi personalmente, egli condivide comunque una responsabilità comune?

«La legge della solidarietà umana permette di trasmettere da persona a persona il bene, la luce, la verità e la vita. Nello stesso modo, anche il male può essere trasmesso attraverso gli stessi canali. Perciò, quando una persona compie il male da sola o in gruppo, questo male inizia automaticamente a trasmettersi ad altre persone. Da qui la conclusione: su tutti noi ricade una grande responsabilità. E l’individuo è responsabile dei suoi prossimi. Ecco perché Dostoevskij ha usato un’espressione sorprendente: che tutti sono colpevoli nei confronti di tutti. (…) La Chiesa non ha mai negato la vera lotta contro il male». (…)

Aleksandr Men’, artigiano di pace della Russia sovietica, ha «detto Cristo» in tempo di totalitarismo sapendo mantenersi in un equilibrio «costantemente precario», rimanendo immerso in uno Stato aggressivamente ateo e sottomesso a un potere totalitario, ma senza mai scendere a compromessi che equivalessero a connivenza col regime dispotico, condannando abuso, menzogna e illegalità. È rimasto fedele alla Chiesa di Cristo e anche alla sua Chiesa particolare, locale, la Chiesa ortodossa russa dell’epoca sovietica. Questa Chiesa è feconda del sangue di migliaia di martiri: il numero dei suoi nuovi martiri per la fede in epoca sovietica supera quello verosimile delle vittime di Nerone, Traiano, Diocleziano e degli altri grandi persecutori dei cristiani dei primi tre secoli della storia cristiana.

Per rispetto del sangue dei martiri padre Aleksandr è rimasto fedele a questa Chiesa, di cui tuttavia vedeva tutta la fragilità, la debolezza, l’inadeguatezza alla chiamata del Signore e l’infedeltà a Lui. Ha amato questa Chiesa con tutto se stesso, avendo piena coscienza sia del sangue dei martiri, che della debolezza degli uomini di Chiesa. Le è rimasto fedele a un unico scopo, per poter «dire Cristo» in tempo di totalitarismo.


(foto d’apertura: alexandermen.ru)

Ioann Guaita

Padre Giovanni Guaita è ieromonaco della Chiesa ortodossa russa. Nato in Sardegna, ha compiuto gli studi in Italia, Svizzera e Russia. Studioso del cristianesimo orientale (è autore di testi sulle Chiese russa e armena), ha vissuto per quasi 40 anni a Mosca, dove ha frequentato p. Aleksandr Men’, ha completato i propri studi teologici e insegnato in diverse università. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino si è espresso contro la guerra. Da qualche mese esercita il suo ministero a Parigi.

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