9 Aprile 2026
Un’arca di Noè per salvare la libertà
Alcuni russi emigrati hanno creato una rete di mutuo soccorso per i compatrioti fuorusciti. Nella speranza di aiutare la Russia. In dialogo con l’attivista Anastasija Burakova.
Il 18 febbraio scorso si è tenuta a Madrid la conferenza «Dialogo con il movimento russo contro la guerra: resistenza, strategie del Cremlino e solidarietà internazionale», organizzato da varie associazioni aderenti alla Platform for anti-war initiatives, che coordina 80 gruppi di ricerca e organizzazioni di attivisti, giornalisti e media indipendenti contro la guerra in Ucraina, presenti in Russia e all’estero. Nella conferenza hanno presentato ai media spagnoli le proprie attività; sono intervenuti anche giornalisti e analisti politici spagnoli, evidenziando le numerose iniziative di disinformazione fomentate dal governo russo in Spagna e analizzando le relazioni fra Stati Uniti, Europa e Russia nel contesto dei forti cambiamenti geopolitici che stiamo vivendo.
Il convegno è stato occasione per prendere coscienza che una parte della società non si arrende alla propaganda ideologica e si assume in prima persona responsabilità e sacrificio, nella speranza di un cambiamento.
Ne abbiamo parlato con l’avvocatessa Anastasija Burakova, fuoruscita russa che recentemente è stata condannata in contumacia a sette anni e mezzo di detenzione per aver detto pubblicamente che il governo russo sta uccidendo gli ucraini. Avendo lasciato la Russia alla fine del 2021, pochi giorni dopo l’inizio della guerra, il 10 marzo 2022 Anastasija e i suoi collaboratori hanno iniziato a offrire aiuto giuridico e psicologico a quanti non volevano conformarsi alla propaganda e avevano lasciato il Paese per non finire sui campi di battaglia. Così è nato il progetto Arca, poi divenuto una vera e propria ONG. A tutt’oggi l’Arca ha aiutato 228,000 russi a difendere i propri diritti e, spesso, ad accedere agli aiuti necessari a emigrare per salvaguardare la propria incolumità, nonché a integrarsi nei paesi europei che li hanno accolti. Anastasija ha accettato di parlare con «La Nuova Europa» e aver condiviso con noi la sua storia.

Fotografia dell’intervento di Anastasija Burakova tenutosi a Madrid. (telegram)
Ci racconti come è nata L’Arca.
Quando è iniziata la guerra, ovviamente tutti eravamo sotto shock. Già nel 2021 il Cremlino aveva avviato una grande offensiva contro la società civile russa; alcune organizzazioni politiche o altre assolutamente inermi sono state dichiarate estremiste, altre sono state definite «indesiderabili». Si tratta di una legge speciale che permette di vietare un’organizzazione nel nostro Paese senza bisogno di processo. Nel 2021 molti attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani avevano già lasciato la Russia, ed io ero tra loro.
A dire il vero, non credevo che Putin avrebbe fatto un passo del genere, pensavo che fosse guidato da interessi personali, invece è impazzito e ormai ha una visione del mondo completamente distaccata dalla realtà. Essendo un’attivista per i diritti umani — ho lavorato per molti anni in Russia in questo ambito, coordinando un’organizzazione — ho iniziato a ricevere messaggi da gente che subiva pressioni per aver versato denaro a fondi umanitari: agenti del FSB e dei Servizi si presentavano a casa loro per perquisizioni. Scrivevano anche persone che erano scese in piazza contro la guerra nei primi giorni del conflitto, che venivano arrestate e minacciate di procedimenti penali.
Quando il numero di questi messaggi ha superato il centinaio, ho capito che da sola non ce l’avrei fatta. C’erano molte persone che avevano bisogno di aiuto, non solo attivisti ma anche cittadini comuni che avevano lasciato il Paese. Così è nata l’idea dell’Arca, che inizialmente era un progetto di volontariato. Abbiamo creato uno strumento molto semplice per ricevere richieste di aiuto, insieme a due avvocati con cui avevo lavorato in Russia e che hanno accettato di collaborare pro bono. Abbiamo iniziato ad accogliere le richieste e abbiamo affittato due appartamenti, uno a Erevan e uno a Istanbul, per le persone che scappavano dalle repressioni. Se ne occupavano semplicemente miei amici che si trovavano lì.
Perché si chiama l’ Arca?
Non è stato un nome studiato dal punto di vista del marketing. Quando abbiamo dovuto annunciare il progetto e raccontare alle persone che potevano chiedere aiuto, il nome mi è venuto in mente spontaneamente. Naturalmente è un riferimento all’Arca di Noè. Credo che stiamo cercando di preservare una comunità di persone che condividono gli stessi valori e che non sostengono gli omicidi, la guerra. È un riferimento molto evocativo.
E ora, come si può descrivere la situazione attuale: quali sfide avete davanti, quali sono i piani per il futuro, come si sta sviluppando il progetto?
Siamo partiti come piccolo progetto di volontariato, ma molto rapidamente le persone hanno iniziato a donare denaro per aiutare chi subiva persecuzioni perché era contro la guerra. In poco tempo siamo diventati un progetto importante. Oggi abbiamo 350.000 associati. In quasi quattro anni abbiamo aiutato circa 228.000 persone.
L’aiuto va dalle consulenze all’alloggio d’emergenza, ai corsi di lingua, o di formazione professionale. Molte persone che fuggono dal proprio Paese senza preparazione né piani, si trovano a doversi riqualificare e integrare nel nuovo mercato del lavoro. Oggi offriamo molti tipi di assistenza, dall’emergenza all’integrazione.
Abbiamo anche una nostra associazione imprenditoriale per le aziende che non ritengono possibile continuare a lavorare in Russia e decidono di trasferire il proprio business e i dipendenti. Aiutiamo anche loro, perché trovarsi in un nuovo Paese e in una nuova realtà è difficile.
Abbiamo poi dei media dove comunichiamo la verità, contrastiamo la disinformazione e promuoviamo il pensiero critico. Ci leggono anche molte persone dalla Russia. Oggi direi che l’Arca è un grande ecosistema, una comunità di persone che si sostengono a vicenda. Ci sono comunità per Paese, comunità professionali: le persone si uniscono e si aiutano. L’aiuto ormai non è più solo da parte nostra, ma esiste una rete di mutuo sostegno. Lavoriamo anche a livello internazionale, soprattutto con Paesi più vicini alla Russia, che percepiscono maggiormente la minaccia e che storicamente hanno sostenuto la società civile russa: Germania, Francia, i Paesi baltici, nonostante l’inasprimento generale delle politiche e la percezione delle minacce ibride. Informiamo inoltre la comunità internazionale sulle repressioni transnazionali e sulla disinformazione russa nelle lingue locali, oltre che su temi legati ai diritti umani e alla sicurezza.

Profughi al confine con la Polonia (postoj.sk).
Cosa l’ha spinta ad assumersi questa responsabilità personale, sapendo che avrebbe dovuto pagare un prezzo alto, senza garanzie di successo?
Io non avrei mai voluto lasciare il mio Paese. Avevo molti contatti, partecipavo a iniziative internazionali come avvocata e attivista dei diritti umani, ma volevo migliorare il mio Paese e renderlo democratico, vivibile per le persone e sicuro per gli altri Stati.
Nel 2021, quando sono iniziate le repressioni contro la società civile, anche la mia organizzazione è stata colpita. Come coordinatrice e volto pubblico ero a rischio. Sono stata convocata per interrogatori. Ho lasciato la Russia alla fine del 2021, poco prima dell’inizio della guerra.
Quando è iniziata la guerra, non potevo restare in silenzio. A volte mi chiedo come sarebbe stata la vita normale in Russia, ma non riesco a immaginarla. Sin da quando andavo scuola sono stata una persona attiva, mai indifferente ai problemi degli altri. Non vedo per me altra possibilità. Non posso immaginare di restare in silenzio mentre la Russia bombarda l’Ucraina, mentre le persone restano senza riscaldamento a 15 o 20 gradi sottozero, mentre gli ucraini vengono uccisi sul loro territorio e le loro terre occupate.
Oggi in Russia sono condannata a 7 anni e mezzo per aver detto pubblicamente che l’esercito russo uccide i civili in Ucraina. Lo dicono i leader mondiali, lo riportano le relazioni dell’ONU, ma la Federazione Russa persegue i propri cittadini che lo hanno detto ad alta voce. Come giurista, sento interiormente il dovere di agire per la giustizia.
Che impressione ha ricevuto dalla Spagna o dall’Occidente in generale riguardo al movimento contro la guerra? E cosa possiamo fare noi, cittadini europei, per aiutarvi?
Innanzitutto, siamo molto grati ai Paesi che hanno aperto programmi di visti umanitari per i dissidenti: Francia, Germania, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia — Paesi che hanno sostenuto la società civile, i media indipendenti, i difensori dei diritti umani e gli attivisti. Grazie a questo possiamo continuare il nostro lavoro. Oggi molti progetti operano in formato ibrido, con portavoce pubblici che si esprimono dall’estero, perché farlo apertamente e con onestà dalla Russia non è sicuro — il mio caso è un esempio.
Naturalmente, l’inasprimento generale delle politiche migratorie colpisce sia i russi contrari alla guerra sia i cittadini di altri Paesi. Ma credo che siamo comunque alleati e che possiamo agire insieme. Abbiamo condotto ricerche sui russi emigrati, e nella stragrande maggioranza si tratta di persone che non percepiscono sussidi e non ne hanno bisogno. Al contrario, contribuiscono all’economia: aprono piccole imprese, trasferiscono le proprie aziende, si inseriscono rapidamente nel mercato del lavoro locale o lavorano per aziende internazionali. Sono persone istruite che condividono i valori democratici e che cercano, nei limiti delle proprie possibilità, di partecipare a movimenti civici volti a fermare la guerra sia a garantire la sicurezza.
Per questo credo che dobbiamo essere alleati e lottare insieme contro le minacce ibride che molti Paesi europei si trovano ad affrontare, tenendo conto del contesto della difesa dei diritti umani, che è inscindibilmente legato all’aiuto alle vittime dell’aggressione russa in Ucraina — ai prigionieri di guerra, ai civili detenuti in Russia. Sostenere la difesa dei diritti umani significa anche sostenere le persone che soffrono: gli ucraini colpiti dal conflitto, sottoposti a procedure di «filtrazione» e poi tenuti in stato di incomunicabilità.
Ci sono molti progetti che aiutano, ad esempio, a cercare bambini ucraini deportati e affidati a famiglie russe, a rintracciare prigionieri di guerra di cui spesso non si hanno notizie per mesi. E i difensori dei diritti umani russi, lavorando con un rischio enorme — quello di essere condannati per alto tradimento — aiutano anche gli ucraini vittime della guerra.
Per questo credo che noi russi contrari alla guerra, russi democratici, dobbiamo agire insieme ai Paesi europei, anche per garantire la loro stessa sicurezza. Nel particolare contesto spagnolo aggiungo: capisco che la Spagna è lontana dalla zona del conflitto e che è legata al fattore dell’America Latina e del Sud globale, che Germania, Francia e altri Paesi considerano meno. Per questo il vettore della politica estera è orientato più verso ovestche verso est. Ma anche la Spagna è sottoposta a una forte pressione ibrida: basta guardare la disinformazione in lingua spagnola, sia in America Latina sia nella Spagna stessa — ha raggiunto dimensioni sorprendenti penetrando anche nei social network più usati. Da un lato, capisco che per la Spagna non è una questione percepita così da presso come per i Paesi confinanti con la Russia o l’Ucraina. Ma in realtà il Cremlino è già qui, ed è molto attivo.
C’è speranza per la Russia, per i suo futuro come paese? Speranza di un cambiamento?
Penso che non abbiamo scelta. Possiamo guardare alla dittatura in Spagna, durata 36 anni, e vedere come oggi la società spagnola è fortemente legata ai diritti umani e alla democrazia. Anche in Russia, le persone che oggi non possono esprimersi apertamente un giorno potranno farlo. Dobbiamo arrivare a un punto in cui i valori universali diventino garanzia di sicurezza. Credo che un giorno ci arriveremo. Noi — attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani — facciamo tutto il possibile perché ciò accada il prima possibile. E anche l’Ucraina, difendendosi, contribuisce a questo processo.
(Fotografia dell’intervento di Anastasija Burakova tenutosi a Madrid; telegram).
Roberto Sarracco
Laureato in lingua e letteratura russa e tedesca, ha conseguito il dottorato in slavistica nel 2014 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver svolto periodi di studio e ricerca a Friburgo, Monaco di Baviera e Mosca. Le sue ricerche si sono concentrate in particolare sugli scrittori F.M Dostoevskij e N.A. Kljuev, sulla traduzione letteraria e sui rapporti fra cristianesimo e letteratura russa. Oggi vive e lavora a Dublino, come consulente per l’innovazione digitale.
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