Natal’ja delle Solovki, che servì i morenti

25 Aprile 2026

Natal’ja delle Solovki, che servì i morenti

Angelo Bonaguro

La baronessa Natal’ja Frederiks arrivò al lager delle isole Solovki nel 1925, a scontare la condanna per «attività controrivoluzionaria». Quando scoppiò l’epidemia di tifo, fu la prima a farsi avanti e a sacrificare la vita per i moribondi. A un secolo dalla scomparsa, ne presentiamo la storia.

Era il 3 febbraio 1924 quando Natal’ja Frederiks fu arrestata a Pietrogrado per «attività controrivoluzionaria», e condannata a due anni di campo di lavoro, da scontare alle isole Solovki, nell’antico monastero trasformato in lager, dove giunse il 25 ottobre 1924. «Sono grata alla rivoluzione – aveva dichiarato nell’interrogatorio, – perché ha influito su di me in senso spirituale, liberandomi dai legami materiali e mondani dai quali da sola avrei fatto fatica a liberarmi. Ora mi sono consacrata interamente alla Chiesa».

Era nata nel 1864 in un villaggio dell’odierna regione di Doneck, in una famiglia dell’aristocrazia russa ma di origine germanica, i suoi antenati avevano ricevuto il titolo baronale nel 1773 da Caterina II, e la famiglia aveva dato alla Russia militari, ministri, uomini di Stato e dame di corte.

Natal’ja Frederiks nel 1887. (gorlovka-eparhia.org)

Natal’ja trascorse l’infanzia e la giovinezza a San Pietroburgo, completò gli studi al ginnasio e si affacciò alla vita sociale con tutti i privilegi e le responsabilità che la sua condizione comportava. Parlava tedesco, inglese e francese, studiava l’italiano, amava la pittura rinascimentale, durante i viaggi in Italia frequentava i teatri. Eppure, nel suo animo qualcosa andava oltre gli interessi artistici e culturali: si fece promotrice di opere caritative, e fu tra i fondatori della Società Croce della Beneficenza che distribuiva cibo, vestiti, alloggi e assistenza medica ai bisognosi. Conosceva bene anche Elizaveta Fedorovna (1864-1918), la granduchessa e sorella della zarina che scelse volontariamente la via della povertà e della cura degli ultimi, e che pagò quella scelta con il martirio.

Proprietaria terriera, anche per il suo villaggio natale fece costruire una scuola elementare, un mulino, un mattonificio, e case per diverse famiglie contadine. Dopo la rivoluzione, i bolscevichi la «ricompensarono» saccheggiandone la tenuta mentre il resto degli edifici fu smantellato per ricavarne materiali da costruzione.

Il momento in cui la sua doppia vita – da un lato mondana e dall’altro caritatevole – cominciò a fondersi in qualcosa di più profondo, fu la carestia del 1891-92. Mentre migliaia di persone morivano di fame nelle regioni della Russia centrale, Natal’ja non rimase al sicuro a San Pietroburgo ma si recò nei villaggi colpiti, e si occupò personalmente del funzionamento delle mense popolari, distribuendo cibo ai malati e alle famiglie in difficoltà: «Al momento – scrive in una lettera del 10 febbraio 1892, – qui bisogna occuparsi di quattro mense, e mi sto preparando all’apertura della quinta. (…) Nei dintorni si diffondono molte malattie. Vado a trovare i malati nei miei villaggi e distribuisco loro del cibo, così come ai poveri, ai deboli e ai bambini. Ci sono famiglie davvero sfortunate».

Il 1913 rappresentò per lei uno spartiacque: morì il padre, che aveva accudito negli ultimi anni, e poi un caro amico. Nella deposizione resa durante l’interrogatorio, riconobbe con semplicità disarmante che fino al 1913 si era «occupata poco della Chiesa» ortodossa, perché non era «particolarmente religiosa», ma da quell’anno aveva cominciato a rafforzarsi sempre di più nella vita di fede.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, Natal’ja completò un corso di formazione per infermiere, e dopo aver lavorato in diversi ospedali partì per il fronte con il treno sanitario organizzato dalla granduchessa Elizaveta Fedorovna.

A Pietrogrado nel 1891. (gorlovka-eparhia.org)

La rivoluzione del 1917 la trovò nella regione di Smolensk, ospite della cugina, e dovette rientrare a Pietrogrado, dove la situazione sociale si fece sempre più difficile: i palazzi venivano requisiti, le perquisizioni si moltiplicavano, le persone scomparivano. Natal’ja vendette i propri beni per comprare cibo con cui accudire le persone che vivevano con lei nell’appartamento di cinque stanze (la sua ex governante con la sorella, e la contessa Gejden con la governante; in più i bolscevichi requisirono una stanza per un soldato).

La catastrofe economica e sociale era accompagnata dall’arbitrio e dall’illegalità del nuovo potere. Con il pretesto di cercare armi, la baronessa subì ripetute perquisizioni, durante le quali venivano sequestrati oggetti di valore insieme a libri, lettere e documenti personali. Intanto, molti esponenti della nobiltà preferirono l’esilio; forse anche Natal’ja sarebbe partita, ma non riuscì ad ottenere i permessi e alla fine si rassegnò.

Nel 1919 fu arrestata per la prima volta e trasferita a Mosca. Rilasciata nel febbraio 1920, tornò a lavorare come bibliotecaria in un istituto pedagogico, e quando fu licenziata si mantenne dando lezioni private e collaborando con la parrocchia di San Sergio, dove si occupava della registrazione dei fedeli e della vendita delle prosfore, il pane eucaristico; a questo si aggiunse l’impegno con la Confraternita del Salvatore che si opponeva al movimento degli «innovatori», ortodossi che propugnavano una riforma ecclesiastica radicale e professavano un lealismo incondizionato nei confronti del regime.

Nel febbraio 1924, proprio in relazione al «caso della confraternita del Salvatore», fu arrestata e condannata per attività controrivoluzionaria a due anni di lager. Lo scrittore Boris Širjaev, detenuto alle Solovki negli stessi anni, ha dedicato un capitolo del suo libro-testimonianza La lampada inestinguibile (1954) proprio alla baronessa Frederiks. E sebbene l’abbia scambiata per un’altra nobildonna (Marija Frederiks, che all’epoca era già morta), ha saputo ricostruire con precisione i suoi ultimi anni, perciò riprendiamo alcuni passi dalle sue memorie, confermate anche da altre fonti.

Il mandato di cattura del 1924. (gorlovka-eparhia.org)

Le detenute – narra Širjaev – vivevano fuori dal cremlino (come chiamavano allora il monastero), «in un edificio circondato da tre fasce di filo spinato, da dove erano condotte sotto scorta rafforzata ai lavori in lavanderia, all’officina per la produzione di corde, alle torbiere e al mattonificio. La lavanderia e “le corde” erano considerate lavori leggeri, mentre “i mattoni” – la produzione e il trasporto dei mattoni grezzi – incutevano timore. (…) La vita nella baracca delle donne era più dura che nel cremlino. Le sue inquiline, profondamente diverse per mentalità, livello culturale, abitudini, esigenze, erano mescolate e stipate in un unico gruppo (…). Il numero delle detenute per reati penali superava di gran lunga quello delle condannate per reati politici, e le prime dominavano incontrastate: proprietarie di bordelli, prostitute, spacciatrici di cocaina, contrabbandiere… e in mezzo a loro le aristocratiche, le dame di compagnia, le damigelle. (…) A prima vista, la vita pietroburghese della baronessa aveva potuto formarle ben poche qualità che le avrebbero reso più lieve la sorte alle Solovki. Ma era solo un’apparenza: in realtà da quella vita aveva tratto un autentico senso della propria dignità e, inscindibilmente legato ad esso, il rispetto per la persona, un autocontrollo estremo, a volte quasi incredibile, e una profonda coscienza del proprio dovere».

Al suo arrivo, nella baracca fu accolta in modo ostile, tra donne che invidiavano il suo passato, così «elegante, raffinato e brillante, [che] traspariva in ogni movimento dell’anziana dama di compagnia, in ogni suono della sua voce, (…) mentre nel tanfo delle imprecazioni volgari, nel caos delle risse, rimaneva la stessa persona che aveva frequentato i palazzi. Non si teneva in disparte, non si isolava, non mostrava nemmeno l’ombra di quell’arroganza di cui pecca immancabilmente il falso aristocratismo. Diventata una detenuta, si era riconosciuta tale e aveva accettato il proprio destino».

Dal punto di vista lavorativo, fu assegnata subito «ai mattoni», un lavoro pesante, soprattutto per una sessantenne che veniva sbeffeggiata dalle compagne: «Non le toglievano gli occhi di dosso e aspettavano avidamente un lamento, delle lacrime di impotenza, ma non ebbero modo di vedere nulla di tutto ciò. Il controllo di sé, la disciplina interiore, maturata nel corso della vita la salvarono dall’umiliazione. (…) La baronessa portava con calma e regolarità i mattoni crudi; tornata alla baracca, puliva accuratamente il proprio abito, mangiava in silenzio una scodella di brodaglia di merluzzo, pregava e andava a dormire sul giaciglio, ordinatamente rifatto. Non si avvicinava alla cerchia isolata dell’intelligencija del campo, ma non la evitava nemmeno e, del resto, non evitava nessuna delle sue compagne di baracca, parlando con lo stesso identico tono sia con la principessa Šachovskaja, che intercalava continuamente parole francesi, sia con Son’ka Glazko, che usava in egual misura parole oscene».

Il piroscafo «Gleb Bokij», usato per il trasporto di detenuti dal molo di Kem’, sulla costa, alle isole Solovki. (pastvu.com)

Col passar del tempo, gli attacchi contro la baronessa diminuirono, e un giorno fu provvidenzialmente tolta dai «mattoni» e nominata addetta alle pulizie della baracca. «La sua crescente autorevolezza spirituale si faceva sentire sempre più.

Questo grande mistero del risveglio dell’umano avveniva senza aggressività e senza parole altisonanti. Probabilmente, nemmeno la baronessa capiva il ruolo che le era stato assegnato nella camerata delle detenute.

Faceva e diceva “ciò che era necessario”, proprio come aveva fatto per tutta la vita. La semplicità e la totale assenza di pedanteria nelle sue parole e nelle sue azioni erano la forza principale del suo influsso su chi le stava attorno.

Son’ka, in presenza degli uomini, continuava a dire parolacce come sempre, ma quand’era con le altre cominciò a trattenersi notevolmente e, soprattutto, i suoi “epiteti” persero il tono provocatorio di un tempo, trasformandosi semplicemente in parole senza le quali non riusciva a esprimere le emozioni tumultuose che le ribollivano dentro».

Nel dicembre 1925 alle Solovki scoppiò un’epidemia di tifo, e si resero urgentemente necessarie delle infermiere. La responsabile della sezione sanitaria, M. Fel’dman, era ben consapevole che si sarebbe trattato di un lavoro estremamente pericoloso. Cercò di convincere le donne ad offrirsi volontarie, promettendo loro una paga e una buona razione, ma nessuna era disposta a rischiare la vita. «Non se ne trovarono nemmeno quando l’espansiva Fel’dman lanciò un appello per aiutare i moribondi.

In quel momento entrò nella baracca l’anziana addetta alle pulizie, portando una fascina di legna. (…) Mentre accatastava la legna nella stufa, sentì solo le ultime parole della Fel’dman:

– Allora, nessuno vuole aiutare i malati e i moribondi?
– Io sì, – si sentì dire dalla stufa.
– Tu? E sai leggere e scrivere?
– Sì.
– E sai usare il termometro?
– Sì. Ho lavorato per tre anni come infermiera di sala operatoria all’ospedale di Carskoe Selo».

Širjaev non lo sottolinea, ma a quel punto la Fel’dman si rivolse a lei usando la forma di cortesia, che poi avrebbe mantenuto per rispetto:
«– Qual è il suo cognome? – Risuonò un nome noto, senza titolo.
– Baronessa! – sbottò Son’ka, ma quell’esclamazione non suonava affatto come quella che le aveva rivolto il primo giorno di lavoro “ai mattoni”.
Son’ka fu la seconda a iscriversi, seguita da altre donne. Tra loro non c’era nessuna “dell’élite”, sebbene lì si parlasse molto di cristianesimo e della propria religiosità. (…) M. Fel’dman raccontò in seguito che la baronessa era stata nominata caposala, ma svolgeva il lavoro alla pari delle altre. Non c’erano abbastanza mani. Il lavoro era molto duro, poiché i malati giacevano ammucchiati sul pavimento e la lettiera sotto di loro veniva cambiata dalle infermiere, che con le mani rastrellavano i trucioli impregnati di escrementi. Quella baracca era un luogo terribile».

Dopo tre mesi dallo scoppio dell’epidemia, sulle mani e sul collo della baronessa spuntò il rash cutaneo, sintomo evidente del contagio, ma lei si donò fino alla fine. Morì il 30 marzo 1926, e fu sepolta nell’ex cimitero del monastero, situato non lontano dalla baracca delle donne. Negli anni ‘30 il cimitero fu demolito e al suo posto fu costruito un ospedale militare. Nel 1981 la Chiesa ortodossa russa all’estero l’ha canonizzata tra i nuovi martiri e confessori come «Natal’ja delle Solovki», е 10 anni dopo è stata ufficialmente riabilitata dalla procura di San Pietroburgo.

Nel 2019 per sua intercessione è stata registrata la guarigione inspiegabile di Artem Sokolov, traduttore militare, a cui i medici avevano diagnosticato un tumore orofaringeo al IV stadio.

«Per quanto la vita possa essere dura – aveva scritto alla cugina Varvara nel 1898, – resta pur sempre ancora tanto da cui trarre senso, forza, e persino la gioia di vivere».


(foto d’apertura: sergeigussev, pixabay)

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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