31 Agosto 2026
Fact checking. L’importanza di cercare la verità
Ber, sin da giovane appassionato di giochi online, è passato dai quiz televisivi al giornalismo d’inchiesta. Oggi, emigrato, è uno specialista di fact checking, la verità dei fatti. Ha sempre preso la vita con spirito d’iniziativa e responsabilità. Nostra intervista.
Il’ja Ber, 44 anni, giornalista russo, è stato conduttore e poi redattore televisivo, consigliere comunale a Mosca, docente e per finire fact checker. Da dove inizia questa serie di professioni diverse, innanzitutto, quale formazione ha avuto?
Io sono uno storico. Mi sono laureato alla facoltà di storia e filosofia dell’Università statale umanistica di Mosca (RGGU), specializzandomi in storia russa dal XVIII secolo fino all’epoca contemporanea.
Mi sembra che ci sia una grande distanza tra la storia russa e ilfact checking… Come ci è arrivato?
Per dirla in breve, dopo la laurea nella mia vita si sono aperte due strade professionali. La prima era collegata a una specializzazione molto originale: quella dei giochi intellettuali e dei quiz televisivi. Avevo iniziato a cimentarmi in questo tipo di giochi e di quiz già al primo anno di università. Dopo la laurea, mi sono iscritto a un corso di specializzazione, ma dopo sei mesi ho abbandonato perché avevo trovato lavoro come redattore del programma televisivo «Il nostro gioco». È una versione su licenza del «Jeopardy!» americano, molti paesi in tutto il mondo hanno un programma con lo stesso format. Lì ho lavorato come redattore per cinque anni.
Che anni erano?
Dal 2004 al 2009. Il redattore è colui che pensa le domande; noi eravamo 5 o 6 in redazione. Ognuno faceva le sue proposte che poi si verificavano collettivamente, in modo incrociato. È un metodo abbastanza efficace, che mi è servito in seguito. Ho lavorato così per 5 anni, poi, per altri 10, sono stato caporedattore del programma «Chi vuol essere milionario?». In sostanza, ho lavorato 15 anni per la televisione. E questa è stata una strada.
L’altra l’ho intrapresa nel 2009. A 27 anni ho deciso di dedicarmi al giornalismo e alla comunicazione, che mi erano sempre piaciuti. così ho fatto domanda per il servizio russo della BBC. Perché proprio lì? Le emittenti pubbliche, infatti, sono tenute a pubblicare un bando di concorso aperto quando hanno un posto vacante, l’annuncio è pubblico, pertanto, dal punto di vista formale, chiunque può concorrere. Grazie a mia madre, sono stato tirato su col principio che vale sempre la pena provare, anche se non mi avessero neanche risposto…
In quel momento ero caporedattore a «Chi vuol essere milionario?», ma il lavoro era organizzato in modo che io davo le indicazioni al gruppo e poi mi restava del tempo libero. La BBC mi ha risposto, ho fatto il concorso e alla fine mi hanno dato un posto di infimo livello, non mi occupavo neanche di giornalismo ma, come lo chiamavano, del «coordinamento». In sostanza, dovevo cercare gli esperti, dei commentatori in diretta per la radio della BBC (che sarebbe esistita per pochi anni ancora), su qualsiasi argomento di cronaca, politico, sportivo, scientifico. Alle 10 del mattino si decideva il tema del dibattito pomeridiano, e per le 16 dovevano esserci degli esperti pronti al telefono per la diretta. Non era un lavoro facile.
In più, ho cominciato a scrivere qualche articolo per il sito, a fare qualche piccola trasmissione per la radio. Erano delle piccole iniziative da parte mia, sostenute dai colleghi. In questo modo mi sono trovato a servire due padroni: il primo Canale tivù russo e al tempo stesso il governo britannico. Ma questo allora era ancora considerato normale. Gli inglesi avevano ritenuto che non ci fosse conflitto d’interessi.

(absolutvision/pixabay).
Poi cos’è successo?
Nel 2010 ho deciso che la Russia se la poteva cavare anche senza di me sul piano socio-politico. In quel momento era presidente Medvedev, molti pensavano che si andasse verso la liberalizzazione, che sarebbe stato rieletto. Anch’io ci credevo: si poteva dire quasi tutto, la censura praticamente ancora non c’era, io almeno non me ne accorgevo. Per questo la BBC aveva pochi ascolti: era un media di secondo o terzo piano quanto a influenza, mentre c’erano dei media russi molto più efficaci e famosi, che davano il tono all’informazione. Sui canali tivù statali già c’erano delle limitazioni alla libertà d’espressione; NTV era stata esautorata nel 2001, ma tutto il resto funzionava, i quotidiani, internet, qualsiasi iniziativa pubblica non aveva vincoli. C’erano media online assolutamente d’opposizione come Lenta.ru, Gazeta.ru, Vedomosti, Kommersant. Insomma, non avevo l’impressione che fosse molto importante impegnarmi nel giornalismo.
Tanto più che esisteva una nicchia in cui ero un professionista, dove ero concorrenziale e potevo anche guadagnare dei soldi. Volevo diventare imprenditore in quel campo;
il giornalismo lo volevo tenere come hobby. Nel caso mi fosse venuta qualche idea o progetto, avevo qualche conoscenza e avrei trovato dove pubblicare. La mia vita aveva preso un corso sicuro e redditizio.
Così sono andato avanti fino al 2014, quando la Russia ha occupato la Crimea ed è iniziato il conflitto nell’est dell’Ucraina. Da quel momento per me è diventato psicologicamente insostenibile e sgradevole andare ad Ostankino (gli studi della tivù di Stato, ndr), perché capivo molto bene quant’era grande il ruolo della televisione e della sua propaganda in tutta la faccenda. Capivo che anch’io avevo una parte di responsabilità, perché lavorando al programma di intrattenimento che precedeva il notiziario, consolidavo la fedeltà del pubblico verso il canale, lo attiravo per poi consegnarlo a coloro che lo nutrivano di propaganda. Purtroppo, non ho avuto abbastanza forza interiore e decisione per decidere subito di andarmene. Cercavo di autoconvincermi che, comunque, io facevo altro. È facile autoconvincersi.
Ripensandoci ora, continuo a ritenere di non aver compiuto un crimine molto grave. Esiste una specie di zona grigia in cui uno mercanteggia con se stesso, e per qualche anno ha funzionato. Ma poi ho deciso di fare qualcosa per cercare di correggere la situazione in senso positivo, attraverso il giornalismo. Ho cercato di capire perché la propaganda russa fosse esplosa a tutta forza nel novembre 2013. E l’ho capito all’istante: il novembre 2013 è stato l’inizio del Majdan a Kiev, che poi hanno chiamato «rivoluzione della dignità», che si è concluso con la destituzione del presidente Janukovič e la sua fuga in Russia. Nel giro di un mese la propaganda è passata rapidamente a un livello completamente nuovo.
Tutti lo percepivano?
Per me era evidente, ma la cosa che mi ha scioccato di più è stata che la maggior parte delle persone intorno a me non se ne accorgeva e non notava alcuna differenza particolare. Ho iniziato a chiedermi perché io percepissi le cose in modo diverso dagli altri. Non certo perché fossi un talento così straordinario. Quindi, qualcosa doveva avermi portato a questo.
Ho iniziato a rifletterci, non è che non ci avessi mai pensato prima, ma era solo un pensiero di sottofondo. Allora, invece, ho iniziato a pensarci seriamente e
ho capito che ovunque lavorassi, che si trattasse di verificare i fatti per i quiz televisivi o di fare giornalismo alla BBC, il mio approccio alla ricerca e alla valutazione delle informazioni, della credibilità della fonte e degli esperti, era un aspetto fondamentale per me.
La comprensione di come è strutturato il panorama informativo globale sui vari argomenti nessuno me l’ha insegnata. Ho dovuto imparare tutto sul campo, da solo, perché dovevo lavorare. E ho capito che questi principi sono universali. Non importa in quale campo lavori, non importa cosa fai, se capisci come funziona puoi applicarne i principi, a patto che tu li comprenda a fondo. Poi ho capito da dove proveniva questa mia capacità e questo è il ponte che mi riporta al punto di partenza, cioè alla mia formazione di storico. In sostanza, si potrebbe dire che quello che faccio – la verifica dei fatti, la verifica delle informazioni – è lo studio delle fonti storiche riorientato dal passato al presente.
I metodi che utilizzo mi sono stati insegnati. E insegnati bene. L’Università statale umanistica di Mosca aveva un dipartimento molto forte, probabilmente il più forte in Russia, soprattutto negli studi delle Fonti e delle Discipline Storiche Ausiliarie. Questa è la base che avevo e di cui non mi ero reso conto all’inizio del mio lavoro. L’ho capito a posteriori, e ho scoperto che questo metodo di studio delle fonti, che unisce molte discipline storiche, si applica praticamente senza modifiche allo studio della realtà contemporanea.
Quando si è accorto della propaganda crescente, cos’ha fatto?
Ho deciso di verificare la mia lettura dei fatti, e di trasmettere alle generazioni più giovani il mio know-how, le mie conoscenze. Ho deciso di insegnare all’università, ma dovevo trovare un corso confacente, perché un simile insegnamento in lingua russa era quasi impensabile. Ho provato a fare delle ricerche in inglese su internet, e ho scoperto che l’alfabetizzazione mediatica in generale è piuttosto sviluppata e viene insegnata in varie forme. All’epoca, già si insegnava nelle università, soprattutto in Canada e Australia. Il Canada è la patria dell’alfabetizzazione mediatica, di lì viene il concetto stesso. Tuttavia, non ho trovato nulla di simile al corso che avevo immaginato, così ho dovuto crearlo da zero. Per prima cosa l’ho proposto come corso facoltativo al decano della facoltà di storia e filologia, dove avevo studiato. Il problema era che, trattandosi di un corso facoltativo, gli studenti lo sceglievano solo perché era il più facile. La cosa non mi piaceva molto, così non ho voluto continuare.
Poi fui invitato all’«Accademia presidenziale russa di economia nazionale e pubblica amministrazione», all’interno della quale si era creata un’enclave di cultura liberale, che per alcuni anni non è stata toccata e vi regnava una libertà assoluta. Lì ho tenuto un corso obbligatorio per giornalisti, dal 2017 fino al 2022.
Intanto sopravvivevo continuando a lavorare sui giochi intellettuali commerciali come «Chi vuol essere milionario?», da cui sono stato cacciato con enorme scandalo nel 2019. È una lunga storia, in pratica, un esperto e giocatore molto noto e stimato in Russia voleva corrompermi affinché gli fornissi le domande in anticipo. Ho documentato la vicenda e l’ho pubblicata. È così che è finita.
Dopo quel fatto, ho continuato a lavorare su giochi, eventi aziendali e altre cose, finché mi hanno proposto un progetto congiunto con l’Istituto Goethe di Mosca che, insieme a uno dei portali culturali online russi, ha sviluppato il programma «Come leggere i media». Si chiamava «La Terra è piatta. Come leggere i media». In sostanza, si trattava di un progetto di alfabetizzazione mediatica rivolto agli studenti delle scuole superiori nelle regioni russe. Viaggiavamo in diverse città una volta al mese e tenevamo workshop di tre giorni.
È stata un’esperienza molto interessante, piacevole e, spero, utile per i ragazzi che hanno partecipato. Non abbiamo incontrato alcuna resistenza nelle regioni, nonostante si trattasse di un progetto finanziato dall’Unione Europea, di cui si è parlato e discusso apertamente ovunque. Il nostro ultimo viaggio di questo tipo si è svolto a gennaio 2022 a Kaluga, è stato il nostro ultimo workshop.

(wal_172619/pixabay).
Poi è venuto il 24 febbraio…
Sì. In realtà, nel 2020 avevo iniziato a lavorare per il canale RTVI (Russian TeleVision International, ndr), che si posizionava come un canale indipendente, e più o meno lo era. La responsabile della linea editoriale era Katja Katrikadze, che poi è passata al canale Dožd. Quando se n’è andata, sono passato a Dožd anch’io, abbiamo concordato che avrei curato una sezione di fact checking. Credo fosse il 2021, non ricordo esattamente. In sostanza, la ricerca e verifica delle informazioni da un lato, e il progetto dell’Istituto Goethe con i suoi workshop dall’altro, mi hanno fatto capire che, per qualche ragione, l’internet in lingua russa era ancora privo di un progetto indipendente di fact checking. Eppure, ne esistevano già molti in tutto il mondo, in diverse lingue.
Questi progetti in lingua russa di altri paesi – Ucraina, Kazachstan, Georgia, Lettonia, Lituania – in Russia non c’erano. Così ho deciso di provare a crearne uno, ho dovuto farlo io stesso. E ho ideato un progetto che ho chiamato «Verified.Media». In realtà, non ho avuto nessun incarico specifico e nessun finanziamento. Avevo un amico che sapeva come creare siti web; aveva lavorato per Yandex, l’idea gli piacque e, spinto da pura benevolenza nei miei confronti e verso l’idea, ha creato questo sito web.
Era un progetto propriamente politico o generalista?
L’idea era di non porci alcun limite quanto agli argomenti; inizialmente, non più di un quarto delle nostre analisi riguardava la politica. Il resto riguardava le fake news e la pseudoscienza online. Quando eravamo ancora agli inizi è arrivato il COVID e abbiamo iniziato a pubblicare molte analisi sui vaccini e su ciò che era importante per le persone in quel momento, e sugli argomenti virali.
Poi, quando il tema centrale è diventato la guerra, Azerbajdžian, Armenia, Israele, Palestina – questi sono stati i contenuti che abbiamo trattato maggiormente.
Noi seguiamo ciò che diventa virale online, essenzialmente, difendiamo gli interessi del pubblico di lingua russa.
Nella seconda metà del 2019 sono andato a RTVI e ho effettivamente creato per la prima volta la rubrica «Verified». L’idea era che questa sarebbe stata una sorta di vetrina del progetto, che mi avrebbe aiutato a trovare sponsor per creare una redazione e iniziare a lavorare.
Ma le cose sono andate diversamente. A un certo punto Yandex ha deciso di espandersi. Ha creato la propria piattaforma Yandex.Zen, e ha deciso di lanciare un programma di fact checking, seguendo l’esempio di Facebook, dove era attivo dal 2016. Quando l’ho scoperto, li ho contattati presentandomi come fact checker che aveva già un progetto suo. Loro stavano appunto cercando un partner, sono stato fortunato. Abbiamo raggiunto un accordo, ho firmato un contratto come imprenditore individuale. Ho pensato che per la prima volta avrei potuto assumere due persone. È così che abbiamo iniziato.
Avevate molte visualizzazioni?
In realtà molto poche, il che mi disturbava parecchio. Vivevamo con finanziamenti di Yandex e delle sovvenzioni. C’è però un piccolo dettaglio, ora posso dirlo apertamente: a quel punto, la fondazione da cui avevamo ricevuto la sovvenzione era già un’organizzazione «non gradita», quindi io ero a rischio di denuncia penale, perché ricevevo denaro in modo irregolare, ma non c’era altra via. Era un rischio e l’ho corso consapevolmente, convinto che non fosse così pericoloso se avessi gestito tutto con attenzione. Per un po’ ha funzionato. Così, siamo arrivati alla fine di febbraio 2022, quando è iniziata l’Operazione su vasta scala, ed è stato necessario fare qualcosa molto in fretta. C’era anche un altro progetto di fact checking in Russia, lo avevano lanciato una settimana dopo di noi. Conoscevamo quei ragazzi. Ebbene, loro hanno deciso di chiudere immediatamente, perché hanno capito che ora sarebbe stato penalmente perseguibile svolgere questo tipo di verifica dei fatti, dato che si sarebbe trattato di verificare qualcosa legato alla guerra.
E così è stato: dieci giorni dopo, la Duma ha approvato in un sol giorno una legge che criminalizzava la diffusione di notizie false sull’esercito russo, o meglio, la verità su ciò che accadeva. Il giorno stesso in cui hanno approvato la legge, sono salito in macchina, mia moglie stessa mi ha detto: «vattene». Non so se avrei preso la decisione senza di lei. Così sono partito da Mosca, sono andato a San Pietroburgo dove ho raccolto il mio vice, responsabile del progetto, e insieme abbiamo attraversato il confine con l’Estonia, verso il nulla, con due valigie. Abbiamo trascorso il primo mese e mezzo da un mio conoscente che ci ha ospitato a casa sua. Durante quel periodo, ho avuto diversi colpi di fortuna: ho trovato lavoro presso un’importante casa editrice baltica e ho conosciuto il portale DELFI (portale d’informazione lettone in lingua russa, parte della rete di media DELFI, che si occupa di attualità nazionale e internazionale e pubblica anche contenuti di verifica delle informazioni, ndr). Mi hanno offerto un contratto. In sostanza, abbiamo iniziato una collaborazione tra i progetti «Verified» e Delphi, e da allora pubblichiamo le nostre analisi sia sui nostri due siti web, in versione russa.
Quando sono riuscito a regolarizzare la mia posizione in Estonia, mi sono stabilito lì. Finalmente siamo diventati una persona giuridica e nel 2023 siamo riusciti a registrare la nostra ONG.
In Russia vi leggevano lo stesso?
Sì. Non solo ci leggevano, ma collaboravamo, ad esempio, con Radio Kommersant FM, una delle principali emittenti radiofoniche non musicali. Non pubblicavano i nostri contenuti politici, ma ci davano regolarmente uno spazio di tre minuti ogni ora, nei giorni feriali, in cui analizzavamo tutto, tranne la politica. Tutto questo è continuato fin quasi al 2023, con l’Operazione militare speciale in pieno svolgimento, bisogna dire che si sono comportati in modo piuttosto coraggioso.

(pexels/pixabay).
Lei ha un talento speciale per l’informazione, ma si considera un «combattente per la verità», per un ideale morale?
Beh, abbastanza. Ma non sono sicuro di essere un combattente per la verità molto capace.
Agisco secondo il principio «fai ciò che devi, costi quel che costi». Insomma, cerco di rendere l’ambiente mediatico più pulito, in modo che l’immagine del mondo che le persone ricevono sia il più possibile vicina alla realtà.
E cerchiamo di raggiungere tutti quelli che possiamo. In effetti, il nostro pubblico verificato è molte volte più grande di quanto avessi mai sognato all’inizio, infatti abbiamo un totale di oltre 100.000 iscritti sulle varie piattaforme. Non male. E, diciamo, la piattaforma più attiva per i russofoni, Telegram, ha 34 o 35 mila iscritti.
La cosa più preziosa e importante per me è la stima che godiamo tra i nostri colleghi dei media indipendenti russi in esilio. Abbiamo anche molti progetti congiunti fino ai massimi livelli; Meduza, Dožd, Important Stories, Insider e i canali YouTube più popolari, tra cui My Name, utilizzano regolarmente i nostri contenuti. Quindi, in sostanza, sfruttiamo la popolarità e la diffusione dei nostri colleghi per diffondere le nostre scoperte.
Lei spera di influire sulla società con il suo lavoro?
La società russa in generale è una faccenda complessa. Purtroppo devo ammettere che, per quanto riguarda gli sviluppi sociopolitici della Russia e il suo futuro a breve termine, sono pessimista. Anche se per natura generalmente sono ottimista, quando cerco di analizzare le cose razionalmente mi sembra che le cose non andranno bene.
Però sono anche uno storico e, guardando ai lunghi periodi storici del passato, capisco che ci saranno comunque dei cambiamenti, anche molto significativi. Quanto tempo ci vorrà? È impossibile prevederlo; è improbabile che accada domani, ma potrebbe anche succedere. Come dimostra la storia, quasi nessuno riesce a fare previsioni a breve termine. Lo dicono anche i dissidenti raccontando ciò che provavano prima del crollo dell’Unione Sovietica. Possiamo sperarlo, ma non lo si può analizzare in maniera tale da consentire una previsione fondata. Io non vedo alcun fondamento oggettivo perché ciò accada nel prossimo futuro… Sono sicuro che in un modo o nell’altro, per qualche ragione attualmente imprevedibile, ci saranno forti cambiamenti, un’inversione di tendenza.
La Russia, ancora una volta, a meno che non si verifichi una catastrofe nucleare generale, tornerà ad aprirsi al mondo e tornerà ad essere parte dell’Europa. A mio avviso, nulla è scontato. Ma si tratta di questioni puramente storiografiche, del tutto lontane dal fact checking, anzi, addirittura opposte ad esso.
Quali ritiene siano i rischi attuali nel settore dei media e dell’informazione, qui in Europa, legati all’utilizzo delle informazioni senza un’adeguata verifica dei fatti?
In generale, se possibile, la verifica dei fatti migliora la qualità di qualsiasi comunicazione, che si tratti di un giornale, di un canale YouTube o altro. Certo, non c’è una garanzia al 100%… nessun fact checker è dio; siamo tutti umani e alcuni errori si verificheranno sempre, ma si può ridurre significativamente il rischio. Se è possibile effettuare una verifica dei fatti è meglio utilizzarla.
Diciamo che sempre più testate giornalistiche in russo stanno introducendo questa posizione perché comprendono l’importanza della reputazione. Per noi, per loro, niente è più importante della reputazione quando non sei parte della macchina della propaganda di Stato; a quest’ultima non importa della reputazione perché raggiunge i suoi obiettivi in altri modi. E a questo si può rispondere solo con la propria reputazione. L’autorevolezza si basa sulla reputazione, ma la reputazione si può perdere molto facilmente, in un attimo. Lo dico sempre ai miei dipendenti; ora ne ho 15, il nostro non è più un progetto piccolo ormai, siamo sparsi in diversi Paesi; ci sono anche dei collaboratori in Russia, che lavorano in modo anonimo e corrono dei rischi. È molto importante avere persone all’interno del Paese…
Sappiamo che ci sono molti fenomeni interessanti, in Russia, di cui è meglio non parlare per non sottoporli a rischi. Però mancano le informazioni di prima mano, quando non si è presenti sul terreno…
Sì, non siamo lì, ma ciononostante ci sono numerose testate russe indipendenti in esilio che hanno ancora occhi e orecchie sul posto, orecchie di cui ci si può fidare…
Non la sorprende la disponibilità del pubblico a cambiare idea? Prima lei parlava nelle scuole, nelle università, tutti dicevano quel che pensavano, e improvvisamente non si è più potuto menzionare l’Ucraina: la gente è pronta ad accettare tutto?
È una questione complessa, anche le persone sono diverse. Ma il fatto che in una società nel suo complesso le principali e più popolari fonti di informazione siano concentrate nelle mani di uno solo, cioè nelle mani del potere, fa sì che in un tempo relativamente breve, in pochi anni, si possa riformattare la maggioranza, o almeno costringerla a restare passiva. E sono sicuro che questo potrebbe accadere in qualsiasi paese e in qualsiasi società.
Potrei sbagliarmi, ci sono persone autorevoli che non sono d’accordo con me. Ma è così che la vedo io. Per me il paragone con la Germania di Hitler è un esempio perfetto.
Dicono che i russi hanno qualcosa che non va nel loro DNA, che sono dei mostri, e così via. Sarebbe bello se questo valesse solo per la Russia. Ma la Russia non è l’unica, non è la prima e, purtroppo, temo che non sarà neanche l’ultima.
Pertanto, non credo ci sia nulla di particolare nei russi o nella società russa. In determinate condizioni sfavorevoli, questo potrebbe succedere a qualsiasi società, persino a una cultura ricca e sviluppata come quella tedesca, che era molto più avanti di quella russa a metà del XX secolo, più profonda, con la scienza più avanzata del mondo. Eppure, tutto questo è capitato anche ai tedeschi. Perché non può capitare alla Russia? Perché non potrebbe capitare ad altri?
Esiste nell’opinione pubblica una «zona grigia»?
Purtroppo, in Russia non ci si può esprimere apertamente, altrimenti si deve lasciare il Paese o si finisce in prigione. Ci si esprime nella cucina di casa, oppure si cerca, ad esempio, di aiutare in qualche modo i dissidenti. Ci sono molte persone così in Russia, molte davvero: non meno di 10 milioni di persone profondamente contrarie a tutto ciò che sta accadendo. Dieci milioni è la stima minima. Di questo sono certo. Da un lato, è un numero enorme, tuttavia, è meno del 10% della popolazione. Ma restano pur sempre 10 milioni. È più della popolazione di molti paesi del mondo. Personalmente, penso che ce ne siano molte di più.
Io non posso conoscere personalmente 10 milioni di persone, ma ho moltissime conoscenze accumulate nel corso degli anni, intrattengo migliaia di rapporti, e poi ci sono le ricerche sociologiche, dirette e indirette, provenienti da varie organizzazioni; si possono persino utilizzare i dati della sociologia di Stato russa, da tutti i dati ufficiali si possono trarre queste conclusioni.

(moritz320/pixabay).
Pensa che le persone che vivono sotto regimi totalitari, come in Russia o nella Germania hitleriana, abbiano una mentalità particolare perché sono abituate a vivere in modo passivo?
Innanzitutto, raccomando sempre cautela nell’utilizzare il termine e il concetto di «mentalità», perché la maggior parte delle persone lo intende come qualcosa di innato, inalterabile, che unisce grandi gruppi di persone. In questo senso, credo che la mentalità non esista. Credo che esistano caratteristiche culturali associate all’adattamento di un ampio gruppo di persone alle condizioni che lo circondano. Il conformismo è una di queste, e la capacità di adattarsi è una caratteristica evolutiva radicata negli esseri umani in quanto esseri biologici, proprio come in qualsiasi altro organismo vivente.
Oltre a tutto, si aggiungono ulteriori livelli di adattamento psicologico. Gli esseri umani sono creature che si abituano rapidamente a quasi tutto, nel bene e nel male. La capacità di adattamento della psiche umana è praticamente illimitata, in media. In questo senso, ciò che si può considerare mentalità è l’adattamento delle persone a una situazione sorta contro la loro volontà. Forse si sono addirittura convinte che la situazione piaccia loro, o forse la apprezzano davvero e hanno contribuito a crearla. Si sono adattate. Se la situazione cambia bruscamente per qualsiasi motivo, questa maggioranza passiva si adatterà alla nuova situazione.
Se essere democratico e magnificare i diritti umani è una cosa approvata e conveniente, non solo tranquilla ma anche socialmente accettata, ci si ritrova circondati da un’intera società che rispetta strenuamente i diritti umani, lotta per i diritti delle minoranze e così via. È molto facile, senza aver compreso a fondo questi processi, generalizzare e dire che una società è buona mentre l’altra è cattiva, malata, probabilmente incurabile. E quindi, bisogna scavare un fossato con i coccodrilli, o meglio ancora, eliminarla così che non interferisca con le brave persone. Ma, sfortunatamente, dalla mia esperienza di vita constato che il mondo non funziona così.
Probabilmente lei ha familiarità con la propaganda di guerra russa, e forse anche con quella ucraina. Ci sono delle differenze tra le due, o sono semplicemente uguali e contrarie?
Una differenza c’è. Qui noi siamo dei veri esperti perché è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni giorno da ormai quattro anni e mezzo. Abbiamo esaminato un numero enorme – un migliaio, forse più – di fake legati alla guerra. La maggior parte proviene dalla parte russa, ma c’è anche un numero considerevole di falsi provenienti da parte ucraina. Non conosco la proporzione esatta, comunque i fake veri e propri di parte ucraina sono significativamente meno numerosi di quelli di parte russa. E hanno una natura leggermente diversa.
Durante i primi tre anni, i fake ucraini miravano principalmente a sostenere il morale dell’esercito, non tanto a screditare gli avversari, a diffondere calunnie, menzogne o minare il morale altrui, quanto piuttosto a ingigantire le proprie capacità, meriti, successi, vittorie e così via.
La differenza è che in Ucraina esiste, in qualche forma, un «Centro ucraino per la psicologia dell’informazione», tanto citato dalla propaganda russa, ma non nello stesso modo in cui esiste in Russia. In Russia, infatti, esiste una vera e propria fabbrica che produce fake, finanziata dallo Stato, che opera apertamente, cosa che si rileva persino nei documenti interni. Lo dicono apertamente: stiamo producendo fake. Ne parlano, si vantano, riferiscono all’amministrazione del presidente: abbiamo diffuso questa fake, che ha avuto questo tipo di diffusione. Quindi, tutto avviene all’interno del sistema, sistematicamente. Non ho dati precisi, ma in Ucraina questo flusso è molto più ridotto. Forse perché hanno meno risorse. O forse perché affrontano l’informazione in modo diverso. Di certo, non vediamo in Ucraina questo tipo di produzione costante, a catena di montaggio industriale, di fake identici. Non c’era all’inizio e non c’è ora.
(Immagine d’apertura: viarami/pixabay).
Il'ja Ber
Dopo la laurea in Scienze storiche presso l’Università Statale Umanistica di Mosca (RGGU), si dedica contemporaneamente ai quiz televisivi e al giornalismo. Con l’inasprirsi della propaganda e della censura nel suo Paese, si concentra sulla verifica delle informazioni e si specializza come fact checker. Ora è emigrato e ha fondato il progetto di fact checking «Verified.media».
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